domenica 3 febbraio 2013

“I CONDOTTIERI DELL’ATEISMO”




Al di là dell’ambito segreto delle strutture iniziatiche e dell’esoterismo simbolico, anche lo stretto linguaggio fisico-matematico, con le sue astrazioni e successive proiezioni sul mondo fisico, con il suo restringere e riservare il campo d’analisi ad esperti sempre più specializzati, con il concentrarsi sul metodo e sul formalismo simbolico, aderisce alle linee pedagogiche ed esoteriche del pitagorismo massonico.

Infatti, anche se le celebrazioni dei miti e dei misteri cosmogonici precristiani costituiscono l’aspetto segreto ancora oggi inviolabile del pitagorismo, la garanzia del velo proteggente la dottrina occulta, tuttavia esse non ne esauriscono i significati. Questo perché il pitagorismo consiste in una mentalità ben definita, che si esprime su due livelli, esoterico ed essoterico. Un nucleo di concezioni riservate ai cosiddetti iniziati. Ed una visione rassicurante, ragionevole ed attenuata della stessa dottrina lasciata filtrare ad uso e consumo del popolo profano.

Pensiamo ai cosiddetti divulgatori della scienza, a coloro che cercano di rendere comprensibili ai “non addetti ai lavori” le conclusioni di quanti invece lo sono. Quando la teoria di Einstein venne alla luce nei primi anni del secolo scorso, i giornali di ogni tipo, fino allora indifferenti alle problematiche scientifiche, si incaricarono di esporla al popolo. Uno specifico e breve articolo di fisica teorica sull’elettrodinamica dei corpi in movimento venne così alla ribalta dei media, ed il suo sconosciuto autore divenne in breve lo scienziato più famoso di tutti i tempi.

Un inspiegabile tam tam si diffuse infatti in tutto il mondo con titoli ed articoli sensazionali che celebravano la teoria della “relatività” e la genialità del suo autore. In quel polverone mediatico, presero corpo una moltitudine di luoghi comuni (a cominciare dal titolo “Relatività ristretta e generale”), peraltro ancora oggi persistenti: tutto è relativo, il paradosso dei gemelli, la macchina del tempo … Intanto, i fisici nelle università e nei laboratori continuavano le loro ricerche esclusive che avrebbero portato alla scoperta ed allo sfruttamento dell’energia nucleare da parte del potere politico ed economico.

Del resto i progenitori dei moderni scienziati, i pitagorici, fin dall’antichità hanno cercato di acquisire il monopolio della conoscenza ed il potere sul mondo, anche attraverso giuramenti segreti. Quello che si dice su di essi è in gran parte accademia, retorica, luogo comune. Aristotele, nella sua Metafisica, non dichiara dei pitagorici se non aspetti formali e pittoreschi, in gran parte legati alla numerologia. Così Diogene Laerzio. Di conseguenza, il cuore della dottrina e delle pratiche pseudo-ascetiche proprie di questa raffinatissima setta rimangono ancora oggi di esclusiva pertinenza dei più alti livelli delle gerarchie iniziatiche, restando velate anche agli ordini minori.

Tuttavia, gli elementi ideologici, simbolici e pseudo-religiosi che stanno alla base della visione pitagorica del mondo, sono stati ripresi dalla massoneria moderna, quella nata ufficialmente in Inghilterra nell’epoca di Newton, ma già esistente, sotto ombre rosacrociane, ai tempi di Galileo. Ci riferiamo, ad esempio, al delta, alla stella fiammeggiante, alla tavola di tracciamento, al triangolo 3-4-5, alla scienza dei numeri, eccetera.

Proprio in virtù di tali elementi di connessione fra la massoneria ed il pitagorismo egizio, il matematico e massone Arturo Reghini ammise che: «L’Ordine massonico è la stessa cosa, assolutamente la stessa cosa dell’Ordine pitagorico»[1]. Ed aggiunse, a scanso di equivoci, che: «Il simbolismo numerico e geometrico della massoneria è quello pitagorico»[2].

Scienza e credenza, realtà ed illusione, nell’ambigua visione pitagorica, vengono considerate come inseparabilmente connesse, simili ad un doppio risvolto di una stessa medaglia. Uno, segreto e magico. L’altro, pubblico, rassicurante ed autorevole. Un volto duplice, dunque, che consente al presunto iniziato di scorgere la sostanza, ove il “profano” legga l’apparenza.

Spiega pertanto Raimondo Abellio, nel suo libro «Bibbia documento cifrato», che esiste un significato segreto anche dei numeri. Ad esempio, il numero 21, che è anche associato alla data dei solstizi e degli equinozi, possiede come valore segreto il numero 6. Questo perché sommando tutti i numeri contenuti nel 6 (6+5+4+3+2+1) si ottiene appunto 21 (2+1=3). Così il numero 3 (3+2+1) possiede il valore segreto di 6. Il prefisso telefonico 333 utilizzato da molti cellulari può essere anche inteso in senso simbolico come il numero della bestia, che così si ripete in continuazione in tutto il mondo all’insaputa delle stesse “sorgenti”.

Questa doppia valenza dei simboli costituisce il linguaggio dei pitagorici di tutti i tempi. Essi comunicano attraverso i numeri interpretati sia in senso quantitativo, che qualitativo riuscendo così ad unificare i livelli del simbolo e del significato, dopo aver riconosciuto il primato del primo sul secondo. Ossia, il predominio della figura sul figurato, della “Geometria” simbolica sul mondo stesso. Essi tramandano nel tempo la “tradizione primordiale” e la filosofia immanentista che ne sta alla base. Tutto questo specialmente attraverso il linguaggio numerico e geometrico.

Lo stesso utilizzato dalla scienza moderna, anche se dal punto di vista quantitativo. Galilei iniziò ad esprimere la fisica in linguaggio geometrico, descrivendo i fenomeni senza ricondurli ai “principi primi” della logica tomista. I Principia di Newton, contengono pagine e pagine di noiosissime dimostrazione geometriche di fenomeni fisici. Senza la conoscenza del calcolo tensoriale e della geometria curvilinea, non si possono comprendere le complicate indagini di Einstein sullo spazio-tempo.

Il rigore della geometria costituisce come una garanzia sul valore delle conclusioni fisiche analizzate. Questo perché attraverso il linguaggio geometrico la realtà viene inglobata e ricomposta nel simbolo che la rappresenta e la descrive in modo inoppugnabile. In tale prospettiva, il mondo fisico viene ridotto ad una rigida proiezione mentale prodotta dallo stesso pensiero dell’uomo prometeico, potenzialmente identificato a Dio. Il rapporto della conoscenza viene così invertito. Non è il pensiero ad adeguarsi alla realtà, ma la realtà al pensiero che l’ha inglobata e rappresentata in formule.

È ovvio tuttavia che nel momento in cui si attui tale linea interpretativa, il mondo dei fenomeni risulta come trasfigurato, poiché lo spazio ed il tempo reali vengono costretti e traslati, oltre che su fogli di carta o schermi, nelle ambigue dimensioni che caratterizzano il virtuale, più che il reale, il possibile più che il certo.

D’altra parte, già Dante, nel Convivio, II, 14, aveva equiparato il linguaggio matematico al Sole, scrivendo che: «come del lume del Sole tutte le stelle si alluminano, così del lume dell’aritmetica tutte le scienze si alluminano, e perché come l’occhio non può mirare il sole così l’occhio dell’intelletto non può mirare il numero che è infinito».

Galilei seguì quest’indicazione, sostituendo alla logica classica gli assiomi della geometria e delle operazioni matematiche. Con una differenza. La logica prende spunto dal mondo reale. La geometria da premesse astratte ed indimostrabili, gli assiomi. Metodo ambiguo, come l’etica che ne deriva che gli consentì di rendere concreta un’idea.

Sorretto e protetto dalla potentissima cerchia medicea, Galilei ottenne nel 1631 l’imprimatur necessario per la pubblicazione della sua opera principale, Dialogo sui due massimi sistemi, nonostante il precedente divieto del cardinale Roberto Bellarmino di parlare dell’eliocentrismo per ipotesi e non per certo.

È nel frontespizio di quest’opera che appare un simbolo ambiguo, apparentemente insignificante, formato da tre delfini posti a spirale, che richiamano a tutti gli effetti tre sei, ossia il famoso marchio apocalittico 666. Il marchio della bestia in ambito esoterico è considerato come il “sacro numero solare”, equivalente al pentalfa massonico, la “stella a cinque punte”, la quale corrisponde al nome lucifero (M. Romano, S/Profondo, in C. Salvatorelli, Per una nuova generazione di massoni, Bastogi, Foggia 2008, Appendice, p. 95).

Peraltro, anche Newton, che nella sua fede ariana ed antitrinitaria – convinto com’era che l’anticristo e la bestia fossero rappresentati dal Papa e dalla Chiesa Romana –, non si disgiunse dai movimenti misteriosofici, che stavano prendendo piede nel settecento inglese diffondendo, nel contempo, attraverso nascenti consorterie, scienza e illusione.

Proprio Newton sembra essere infatti l’ombra grigia, l’autorevole ispiratore occulto della nascente massoneria moderna. Che come è noto prese ufficialmente avvio in una taverna, nel 1717, a Londra e che venne guidata dal suo fedele discepolo John Theophilus Desaguliers (1683-1774), nominato infatti Gran Maestro della Loggia Inglese a partire dal 1719.

Sempre Newton, accanito cultore delle pratiche alchemiche, acerrimo avversario del Cattolicesimo e fazioso interprete delle profezie bibliche di Daniele e dell’Apocalisse, (previde tra l’altro la fine del mondo per il 2060) utilizzò nelle sue indagini “proibite” uno pseudonimo tratto in parte dall’anagramma del proprio nome, ed in parte dalla cabala ebraica. Ossia, «Jehova Sanctus Unus»[3].

Questo nome cabalisticamente viene fatto corrispondere al fatidico 666, la cifra della bestia[4]. Non per niente, dunque, come abbiamo già riferito, W. Blake definì Isaac Newton: «uno dei grandi condottieri dell’ateismo, ovvero della dottrina di satana», colui che misurò «lunghezza, larghezza, altezza e matematica di santità satana».

Aderenze esoteriche dunque alle quali parteciparono, in assoluto riserbo, Galilei e Newton. E dalle quali non si discostò nemmeno il grande Einstein, il cui nome compare pubblicamente sul web, fra gli elenchi dei massoni celebri, presunti iniziati ai cosiddetti simboli dell’Arca Vivente.  La sua appartenenza alla massoneria è data per certa dall’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia A. Corona[5]. In ogni caso, il famoso scienziato fu sostanzialmente un pitagorico, dunque al tempo stesso matematico, esoterico e visionario.

Lo dimostra la sua particolare visione, innanzitutto interiore, della realtà. I suoi treni ideali, le banchine e gli osservatori fittizi posti a rilevare eventuali deformazioni di regoli rigidi e cronometri in moto alla “velocità della luce”. Einstein infatti “vedeva” la realtà esteriore, più che altro, nella prospettiva di quella interiore. Il suo misticismo panteista lo portava a “scomporre” e “ricomporre” il quadro del reale, secondo un’ottica del tutto particolare. L’ottica di chi crede, esageratamente, nella forza della propria ragione, del proprio io.

Einstein infatti fu abilissimo nel trasporre in linguaggio fisico-geometrico gli ideali che rispecchiavano la sfera intima della sua visione pitagorica e impersonale del mondo e della divinità, la mancanza di un centro. Soprattutto riuscì benissimo, nonostante le difficoltà, nel tradurre in termini scientifici la sua avversione verso tutto ciò che fosse “assoluto”.

Galilei, Newton, Einstein, dunque pur nelle loro specifiche diversità, sono tuttavia accomunati da un analogo travagliato rapporto con la Chiesa Romana. Come anelli di una stessa catena, essi hanno trasmesso in epoche successive gli elementi razionali ed immanentistici propulsori di quell’emancipazione da Dio che al giorno d’oggi si manifesta nel fumus satanae e nell’apostasia che sta appestando la Chiesa e la società civile.

Nelle opere di questi tre “sacerdoti” della scienza, sono presenti infatti una varietà di elementi ideologici e scientifici, fusi in perfetto stile iniziatico e tradotti in linguaggio geometrico formale, apparentemente asettico ed imparziale. Ma all’interno del quale sembrano celarsi sottili alchimie.

Magie spirituali capaci di creare filtri su filtri, ed inversioni logiche in grado di trasformare come in un sortilegio il reale in virtuale. Ed il virtuale, in reale. Negando così di fatto il passaggio dal mondo così come effettivamente è percepito, al Dio Trinitario, Creatore e Signore dell’Universo al quale ogni ragione non può che rendere onore e gloria: «Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam» (Ps 113).




[1] D. Roman, Pitagorismo e Massoneria, in «la Lettera», Edizioni Keystone, Torino 2008, N° 8, pagina 48.
[2] A. Reghini, I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonica, capitolo VI. Nella Prefazione, egli afferma anche che: «Tanto Einstein quanto Bertrand Russel hanno constatato e riconosciuto il ritorno della scienza moderna al pitagorismo».
[3] M. White, Newton l’ultimo mago, Rizzoli, Milano 2001, p. 197.
[4] Cfr, A. Lémann, L’anticristo, Marietti, Torino, 1919, pag 33.
[5] A. Corona, Dal bisturi alla squadra, Bompiani, Milano 1987, pagina 101.