domenica 23 gennaio 2011

“NUOVA SCIENZA” E “ANTICA FEDE”



L’uomo contemporaneo, convinto di vivere in un mondo emancipato e moderno guidato dall’economia e dalla tecnica e del tutto scevro da contaminazioni esterne alla dimensione razionale, difficilmente sarà disposto a credere che, dietro le acquisizioni e le scoperte della nostra epoca, si nasconde un cuore oscuro, alimentato da correnti sotterranee che provengono da molto lontano nel tempo e nello spazio. Egli si dimostra altresì tendenzialmente contrario a ricondurre ad una “causa” ben determinata l’orientamento anticristiano presente nell’attuale società di impronta “tecnocratica”. Dato, questo, reso evidente dalla trasformazione dei costumi e delle tradizionali forme di vita legate ai principi evangelici.

Sembra peraltro costituire una missione specifica assegnata ultimamente dalla <<Provvida Madre Chiesa>> ai christifideles laici, in base al loro inserimento a pieno titolo nel mondo, quella di mettere a fuoco la malizia e l’ambiguità del lievito anticristiano che si cela nelle pieghe più sottili di molti aspetti e luoghi comuni che caratterizzano l’attuale cultura dominante. Non ci sono solo margheritine sulle vie del mondo che ogni cristiano è chiamato a percorrere per giungere alla salvezza ed alla conoscenza della verità.

San Paolo a riguardo utilizza termini inquietanti. Egli afferma che <<il mistero dell’iniquità è già in atto>> e che la venuta dell’anticristo <<avverrà nella potenza di satana … con ogni sorta di empio inganno per quelli che non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi>>. Dio stesso lascerà che <<credano nella menzogna e siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità>> (2 Ts 2, 7-12).

L’antico e sempre nuovo contrasto fra verità e menzogna, finalizzato a trattenere l’uomo all’interno di questa realtà o a liberarlo, si realizza in un modo o nell’altro attraverso la cooperazione dell’uomo. È l’uomo infatti che è in grado di agire sugli altri uomini, più di quanto possa fare lo “spirito”. L’uomo “incarna” le idee, le rende sensibili, le attua e diffonde. Sia nel bene che nel male. Al pari delle benevole intelligenze angeliche, i veri nemici dell’uomo, gli spiriti dell’aria indicati da S. Paolo “operano” nel mondo sensibile attraverso le persone che si legano a loro più o meno coscientemente.

In ambito esoterico, si parla di “sfere concentriche”, per riferirsi a quei nuclei di affiliati nella segretezza che diffondono intorno a loro, dalle adiacenze più dirette fino alle frange esterne delle persone “comuni”, indirizzi di pensiero, mode culturali e tendenze tratte dalla tradizione iniziatica che trovò massima espressione nell’antico Egitto e nella figura simbolica del “faraone”. A questi nuclei segreti, continuatori dell’antica “tradizione” egizia, sarebbero stati “legati”, contribuendo significativamente alla loro crescita, personaggi di altissimo livello culturale, uniti come anelli successivi alla catena segreta impegnata a trasmettere nello spazio e nel tempo quel credo strettamente naturalistico-razionalistico che sta alla base di ogni forma di ateismo e relativismo religioso.

Si fanno, sottovoce, nomi eccellenti a riguardo. Oltre a Dante e Leonardo, anche Cartesio, Galileo, Bacone, Newton ed altri ancora secondo autorevoli studiosi del settore esoterico sarebbero stati esponenti di spicco, al tempo stesso alimentati ed alimentatori, di qui circoli elitari impegnati a richiamare, ed attualizzare in un modo o nell’altro, le antiche cognizioni della “tradizione egizia” all’interno dell’ambito culturale ad essi coevo. Prove documentarie ufficiali e certe ovviamente non ce ne sono. Ma il legame di questi personaggi con potentissime sette segrete (in particolare, i rosacroce) è indicato da studiosi del calibro di René Alleau, Serge Hutin, René Guenon. Ultimamente, Ermanno Gallo ha individuato addirittura in Aristotele <<uno dei grandi creatori dell’Ordine … autentico R+C (rosacroce)>> (Maghi, sciamani, stregoni, Ed. Piemme, 2000, pp. 386-7).

Per mettere a fuoco l’azione sotterranea entro la quale sembra essersi mossa questa corrente di pensiero tesa a creare nella società e nella cultura dominante il clima razionale, spirituale e magico vigente nell’antico Egitto, è utile soffermarsi su un particolare momento storico assai complesso ed articolato. Sul finire del tredicesimo secolo, infatti, mentre con il tramonto della Scolastica si stavano delineando in modo sempre più netto i caratteri propri dell’Umanesimo e del Rinascimento, specialmente nella città di Firenze, nella quale avevano operato Dante e Leonardo, riemersero i temi tipici della mitologia solare strettamente correlata alla religiosità egizia.

È in quel periodo che l’accademia neoplatonica fiorentina cominciò a mettere in atto una rivoluzione culturale senza precedenti, attraverso la rielaborazione e la successiva divulgazione delle conoscenze irrazionali tratte dal Corpus Hermeticum – presentato con il titolo di Poimandres e attribuito ad Ermete Trismegisto (tre volte grande), mitica figura sintesi del dio greco Ermete (il romano Mercurio) e del dio della saggezza egiziano Thot –, che Cosimo de’ Medici fece tradurre dal greco da Marsilio Ficino. Il quale in prima persona era impegnato: <<alla costruzione di talismani, veri e propri ricettacoli della potenza spirituale, in cui il divino è imprigionato e conservato attivo in questo oggetto “nobile” che può agire così direttamente sull’umano>> (V. Schiavone, Natura e origini del Corpus Hermeticum, in, Ermete Trismegisto, Corpus Hermeticum, BUR, Milano 2001, p. 17).

In questo famoso ed oscuro testo, l’Autore descrive il modo in cui nel corso di una meditazione riuscì a dialogare con il Pimandro, ovvero Nous (mente) dell’<<essere supremo>> ed a conoscere quell’insegnamento in grado di riscattare in senso gnostico l’uomo ricaduto nel mondo materiale, opera dell’empio Javhè. Solo dopo aver conseguito la gnosis, conoscenza, egli avrebbe potuto liberarsi dalle catene di questo mondo malvagio per risalire le sfere celesti. Fino a ricongiungersi con la divinità originaria, la non-persona, la non-conoscenza, situata oltre ogni possibile concettualizzazione logica, ovvero nel cosiddetto Pleroma, di cui tuttavia nulla si può dire.

Al di là del noto aspetto “filosofico” di impronta neoplatonica, nell’opera di Ermete Trismegisto vengono riportate alla luce le procedure proclamate dalla magia demoniaca per rendere possibile il “contatto” e l’interazione con la dimensione invisibile, che sfugge alle leggi ordinarie della natura, al fine di partecipare al mistero dell’universo e di usufruire delle sue correnti energetiche spirituali per fini di dominio terreno. I molteplici insegnamenti trasmessi da Ermete Trismegisto abbracciano pertanto un largo campo delle discipline occulte, correlate tutte all’antichissimo culto egizio di personificazione dell’astro solare, che costituisce altresì uno dei temi centrali del Corpus Hermeticum. Dalla animazione delle statue, alla costruzioni di talismani, all’evocazione delle sfere infere e via dicendo, tutto sotto l’egida spirituale, o spiritica, del “sole interiore”.

Il sole, raffigurato nel politeismo dell’antico Egitto come dio supremo, anche denominato Horus, figlio di Iside ed Osiride e simboleggiato dalla “stella a cinque punte” o pentalfa oggi tanto di moda, attraverso i propri raggi scruta e conosce tutte le cose e gli animi in profondità. Questa credenza del tutto infondata spiegherebbe il perché i pitagorici avessero individuato nel sole il cosiddetto “fuoco sacro”, inteso come ragione ed epicentro di tutti gli esseri e di tutti gli elementi. Aristotele si riferì peraltro al “motore immobile” localizzandolo in un imprecisato empireo celeste, mentre Pitagora più correttamente lo individuò nel centro del cosmo. Infatti, dal punto di vista cosmologico, il culto eliolatrico professato dai pitagorici sfocia direttamente in una rappresentazione eliocentrica, e non geocentrica.

È noto che il Corpus Hermeticum, ricettacolo delle conoscenze esoteriche egizie, esercitò un’enorme importanza nell’ambito della cultura europea, fino al XVII secolo. Sulla scia dell’ermetismo rinascimentale inaugurata da Marsilio Ficino (1433-1499) che tradusse questo testo su repentina richiesta di Cosimo de Medici, si inserirono prontamente altre personalità di primo piano in ambito iniziatico, come Pico della Mirandola (1463-1494), Johann Reuchlin (1455-1522) e Cornelio Agrippa di Nettesheim (1486-1535). Questi ultimi tratteggiarono in modo sempre più esplicito il piano completo dell’occulta philosphia. Ossia, quell’insieme sapienziale che unificava le forme diverse della tradizione esoterica, la cui visione era fondata sulle colonne portanti dell’ermetismo, della magia egizia e della cabala ebraica. Indirizzi questi tutti concordi nel postulare le tesi dell’analogia micro-macrocosmica, la simpatia ed antipatia (attrazione e repulsione) delle forze, le pratiche di protezione delle reazioni energetiche negative, il potenziamento della “forza solare” presente nell’uomo.

Gli argomenti cabalistici portati alla luce dagli esoteristi rinascimentali influenzarono anche la dottrina cristiana, in modo insidioso. Si parla infatti di una cabala cristiana, costituita da un tentativo di fusione di elementi cabalistici, ermetici, nonché cristiani, inaugurata da Pico a Firenze, prima della cacciata del 1492 degli Ebrei dalla Spagna. Questo poco felice indirizzo sincretistico creò all’interno della Chiesa correnti favorevoli e contrarie ad integrare il depositum fidei  con le argomentazioni proprie del naturalismo di matrice egizia e della cabala ebraica. All’interno della Chiesa infatti da tempo si era creata una corrente tendenzialmente aperta al superamento del dogmatismo dottrinale ed al sistema filosofico del realismo moderato elaborato da san Tommaso d’Aquino.

È noto infatti che i propugnatori di un nuovo approccio conoscitivo della realtà furono anche autorevoli esponenti ecclesiastici. Fra i più noti, Nicola d’Oresme (1325-1382), rappresentante della cosiddetta scuola dei fisici di Parigi e vescovo di Lisieux, nel Libro del cielo e del mondo, precorse Galilei suffragando l’ipotesi della rotazione della terra con congetture mentali prive di effettivi riscontri reali, tentando di conciliare questa stessa ipotesi con le affermazioni della Sacra Scrittura. D’altra parte, il cardinale Nicola Cusano (1401-1464), in preparazione del concilio di Firenze del 1439, riprese le tesi del vescovo di Lisieux elaborando le idee centrali della sua famosa opera De docta ignorantia sulle linee di una teologia negativa che interpreta Dio attraverso le linee alchemiche della coincidentia oppositorum, secondo le quali Dio e mondo (assurdamente) si compenetrerebbero.

Il ritorno alla sapienza antica tanto enfatizzato e propiziato dagli ermetisti rinascimentali richiedeva peraltro un radicale oscuramento e capovolgimento dei solidi schemi della logica classica allora vigente, fondati sul principio di contraddizione dell’essere. Infatti, solo negando i principi metafisici posti alla base della metafisica scolastica, può trovare spazio la “dinamica” della dialettica degli opposti, alla quale si riferisce la logica eraclitea del contrasto degli opposti che si trasformerebbero, conciliandosi in “sintesi superiori”. Stessa logica che sta alla base della sempre attuale visione magica del mondo, delle simpatie e corrispondenze fra macro e microcosmo. Nonché di ogni visione fondata su contrapposizioni dualistiche di tipo manicheo.

Entusiasta e tristemente famoso declamatore del ritorno della religiosità egizia, ed in particolare dell’antichissimo culto del sole, fu Giordano Bruno (1548-1600), considerato una vittima dell’oscurantismo ecclesiastico rinascimentale. In effetti, il tribunale ecclesiastico si preoccupò ben poco delle argomentazioni eliocentriche prodotte da Bruno, dal momento che erano del tutto infondate ed erano state ridicolizzate già nel corso di un dibattito pubblico tenutosi in Inghilterra. Per questo motivo, al giorno d’oggi: <<la leggenda secondo cui Bruno venne perseguitato come pensatore filosofico e venne messo al rogo per le sue temerarie opinioni sui mondi innumerevoli o sul movimento terrestre non regge più>> (F. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma – Bari 1995, p. 385).

Bruno aderì prontamente alla dottrina eliocentrica, interpretandola però da un punto di vista completamente diverso da quello razionale sostenuto da Galileo (1564 – 1642). Il Nolano esaltò il modello eliocentrico perché lo riteneva simbolo della religione egiziana, da lui considerata la vera religione matrice di alti segreti iniziatici. Tra i quali l’interpretazione “mistica” dell’attività sessuale, concepita come rappresentazione di un presunto legame fra sole e semen virile. Credenza questa tratta ovviamente dalla pseudo religiosità mediorientale ed egizia: <<Nell’antico Egitto la vita fluisce come luce dal sole o come seme dal fallo di un dio creatore>> (M. Eliade, Occultismo, stregoneria e mode culturali, Sansoni Editore, Firenze 2004, pp. 98 e sgg.). Tale leggenda risuonò anche nella mitologia romana, in forma del dio Giano il quale, come governatore di tutti i “passaggi”, era ritenuto patrono anche della “trasmissione” del semen virile (cfr Agostino, La Città di Dio, 7,3).

D’altra parte, l’interpretazione magica dell’eliocentrismo propugnata da Bruno aveva un’illustre genesi. Lo stesso Copernico infatti si mosse nell’ambito della concezione del mondo tipica del neoplatonismo magico, <<di quei prisci theologi, con Ermete Trismegisto alla testa, elaborata da Ficino>>. Di conseguenza, la riscoperta di Copernico della dottrina egizio-pitagorica dell’eliocentrismo <<vide la luce sotto la benedizione di Ermete Trismegisto, fregiandosi di una citazione di quell’opera famosa nella quale Ermete descrive il culto solare degli Egiziani nel quadro della loro religione magica>> (F. A. Yates, cit., p. 175).  È noto peraltro, anche se poco evidenziato, che Copernico non fondò le proprie ragioni eliocentriche su dati astronomici aggiornati o su indagini celesti contrarie alla teoria geocentrica. Infatti: <<le poche osservazioni fatte dallo stesso Copernico furono spesso meno esatte di quelle compiute da astronomi ellenistici o islamici anche parecchi secoli prima di lui>> (K. Ferguson, La musica di Pitagora, Longanesi, Milano 2009, p. 260, corsivi nostri).

Non costituisce dunque una nostra personale opinione il fatto che: <<Non furono nuove scoperte astronomiche o osservazioni del cielo più esatte e minuziose a motivare Copernico a rifiutare l’astronomia geocentrica di Tolomeo e a sostituirla con un sistema eliocentrico … quando infatti concludeva che l’astronomia tolemaica non poteva essere corretta, lo faceva in gran parte per ragioni diverse da prove fisiche. Forse, l’inizio della rivoluzione scientifica non fu tanto scientifico, o almeno non nel modo in cui noi intendiamo comunemente la parola “scientifico”>> (ib).

Per comprendere il senso di questa affermazione, è utile sottolineare che l’eliocentrismo scientifico, che Copernico elaborò nella metà del XVI secolo, riproponeva nel migliore dei modi la dottrina pitagorica del fuoco centrale, mostrando nel contempo un’immagine apparentemente matematica del Cosmo, nella quale il sole domina saldamente nel centro del mondo sulla sequenza dei pianeti e dei viventi, che dall’astro ricevono luce e dinamismo. Questo recupero di simbolismi e significati propri del culto naturalistico solare, messo in atto dal modello copernicano, venne prontamente approvato e rilanciato dai cultori del neoplatonismo e del pitagorismo che si attivarono a diffondere una mentalità ed un modo di intendere la realtà decisamente in contrasto con il quadro cosmologico prospettato dalla filosofia scolastica.

La cosmologia tomista offriva infatti una salda visione metafisica, ben strutturata e corrispondente alla realtà, perché fondata sulla verità del cosiddetto “principio primo”. Il principio più certo di tutti, a proposito del quale non è possibile sbagliare, perché a tutti noto e non fondato su altre ipotesi. Tale è il principio di non-contraddizione, la cui formulazione più semplice è la seguente: l’ente, non è il non-ente. Ovvero, è impossibile che due contrari si riferiscano nello stesso tempo allo stesso soggetto. Rifiutare questo principio primo della logica ordinaria, significa negare la realtà dell’ente. E dunque ogni conoscenza intellettiva, dal momento che: <<L’attualità di una cosa è come una luce in essa>> (S. Tommaso d’Aquino, De Causis, lect. 6, n. 168). Da questa affermazione si deduce che l’ente equivale al vero, poiché tutta la realtà è conoscibile, in quanto determinata.

Nonostante l’evidenza di tale principio primo posto alla base del sistema aristotelico-tomista, negli ultimi decenni del periodo medievale, come un progressivo vortice, i circoli e le aristocrazie che si ispiravano alla filosofia neoplatonica iniziarono a diffondere in modo sempre più manifesto nella dimensione culturale l’arcaica concezione della realtà e del mutamento fondata sulle leggi della dialettica eraclitea – il passaggio della quantità alla qualità, la reciproca compenetrazione degli opposti, la cosiddetta negazione della negazione che si realizzerebbe in una sintesi superiore –. Queste leggi, che sfociano in una visione misticheggiante del mondo, dominata dai principi dell’unità del tutto, della “simpatia” cosmica e dell’eternità della materia, risultano come implicitamente impresse nell’ipotesi copernicana, e sono espresse dal punto di vista figurativo dal movimento circolare, l’eterno ritorno, della terra intorno al sole centrale.

La nuova concezione dinamica dei pianeti proposta dai cultori della tradizione ermetica interpretava inoltre il movimento stesso dal punto di vista metaforico. Cioè in senso “sessuale”, come espressione della generazione e della vita, contrario allo stato di quiete, sinonimo di aridità e di sterilità. Proprio per questo significato simbolico attribuita al “movimento”, la terra, matrice delle molteplici forme di vita, doveva necessariamente essere concepita in traslazione, rispetto al sole centrale. Contestare la filosofia scolastica e l’inoppugnabile logica aristotelica significava allora rifiutare l’immagine cosmologica da essa sostenuta. Ossia, il geocentrismo. <<Questo forse spiega perché tante citazioni a favore di Copernico vennero da persone che non erano astronomi, e nemmeno uomini di scienza, e il cui lavoro è spesso associato con il libero pensiero o con il respiro più ribelle dell’epicureismo di Lucrezio>> (W. Shea, Copernico: un rivoluzionario prudente, Le Scienze, 2004, Collana: I grandi della scienza, n. 20 2004, p. 81).

Non dimentichiamo peraltro che per l’uomo medievale l’idea del movimento della terra era così fuori da ogni logica ed evidenza che implicò, come prima conseguenza della sua accettazione, la separazione della scienza dal mondo dell’esperienza quotidiana. Con l’ipotesi eliocentrica infatti si delinearono due “vie” ed una scissione nell’ambito della conoscenza. Da una parte infatti si determinò l’universo degli astronomi, nel quale la terra volteggiava velocemente attraverso lo spazio; dall’altra, quello della persona comune, dove essa continuava a rimanere saldamente ferma insieme all’atmosfera nella volta celeste.

All’interno di questa “scissione” conoscitiva fra mondo percepito e mondo idealizzato nella rappresentazione razionale trovava spazio il germe della dimensione irrazionale. Ossia, quella “vecchia” logica, che aveva accompagnato e trattenuto l’uomo all’interno di un mondo oscuro, richiuso su di sé e sulle superstizioni che avevano visto crescere crudelmente le civiltà, fino alla venuta liberatrice di Cristo. La mano di Dio infatti aveva guidato il suo Popolo attraverso un cammino contrario a quello che lo “spirito del mondo” aveva delineato nel corso di lunghi e dolorosi secoli. D’altra parte, la liberazione del popolo eletto dal: <<potere dell’Egitto e del faraone, cioè dal diavolo>> (san Gaudenzio da Brescia, Trattati, Liturgia delle ore, LEV., II, p. 602) rappresenta per certi versi anche una liberazione dai riti segreti che si perpetuavano specialmente nella città di On-Heliopolis, massimo centro del culto solare nell’area mediorientale. Città nella quale il suocero del biblico Giuseppe, Potifera (“dono di Ra”, dio del sole), svolgeva il ruolo di sacerdote (Gen 41, 45).

La magia egizia infatti non era innocua, altrimenti non sarebbe stata perseguita con tanto accanimento dalla Chiesa. Nelle loro cerimonie segrete, i sacerdoti di Ra non offrivano al demone solare esclusivamente fiori, cantici e danze innocenti e suggestive. In Heliopolis, città del sole, veniva celebrato sistematicamente, anche attraverso la pratica dei sacrifici umani, l’atto creativo e sessuale di Atum-Ra, l’astro creatore che oscurando le forze precosmiche avrebbe dato luogo all’universo attraverso una sacra ierogamia. Non per niente nella storia successiva di Israele il culto solare continuò ad affiorare periodicamente nelle credenze del popolo eletto, suscitando la collera divina.

Oltre all’episodio del vitello d’oro (Es 32), simbolo della divinità solare egizia, le Sacre Scritture narrano il contrasto fra il re Giosia ed i cultori Baal, demone solare celebrato con pratiche idolatriche e licenziose (2 Re, 23, 5). Giosia pertanto: <<rimosse i cavalli che i re di Giuda avevano consacrato al sole all’ingresso del tempio … e diede alle fiamme i carri del sole>> (2 Re 23, 11). Peraltro, anche la disputa del profeta Elia con i quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal è riferibile ai riti sacrificali connessi al culto magico del sole (cfr 1 Re, 18). Infatti, Baal, il “signore”, era l’idolo corrispondente al principio, o seme, virile: <<considerato come il possessore del sole>> (La Bibbia di Gerusalemme, Gdc 2, 13, in nota).

Quando gli ermetisti rinascimentali si riferivano al sole, intendevano mettere in evidenza l’aspetto idolatrico, magico e cruento appena richiamato. E non certo la splendida e benefica immagine visibile dell’astro alla quale invece si riferisce la maggioranza delle persone. In questo senso, la dottrina eliocentrica proposta da Copernico non costituiva una teoria puramente scientifica. Essa infatti evocava (ed evoca) significati metafisici, pseudo religiosi e magici ai quali si riferivano, e riferiscono occultamente i promotori della “sapienza” ermetica epigoni non solo di Galilei. Ma soprattutto di Giordano Bruno, il quale interpretava il modello eliocentrico come un simbolo magico potenzialmente in grado di attivare quelle forze infere alle quali si riferivano la caste sacerdotali egizie nei loro rituali a sfondo magico-sessuale e che orbitavano intorno al “sacro fuoco solare”.

Nel Poimandres, si legge infatti che: <<Il sole ha intorno a sé molti cori di demoni, simili a eserciti di diverso genere … che dall’alto vegliano sulle questioni degli uomini, poiché è stata assegnata loro la regione degli uomini>> (XVII, 10). Inoltre, <<Sotto il sole è stato ordinato il coro dei demoni, anzi molti e diversi cori, posti sotto il comando dei quadrati degli astri, ciascuno in numero pari … Tutti questi demoni hanno ricevuto in sorte il potere sulle vicende e sui disordini della terra. Vi operano ogni genere di scompiglio, per le città e popolazioni in generale e per ciascun individuo in particolare>> (XVII, 13).

La scienza tuttavia ignora queste cronache. Essa, trascurando del tutto il lato oscuro dell’eliocentrismo al quale abbiamo rapidamente accennato ed al quale si riferivano Bruno ed i suoi epigoni, si concentra invece sulla sua interpretazione scientifica patrocinata da Galilei sulla base di argomentazioni più contraddittorie di quelle contestate, che la stessa scienza ha dimostrato essere false ed inconsistenti. Come ad esempio il fenomeno delle maree che Galilei erroneamente attribuiva al moto rotatorio della terra, mentre invece, come sostenevano i Gesuiti, dipende dall’attrazione gravitazionale della luna. Infatti, non per niente <<gli errori più grande della produzione scientifica di Galilei nacquero proprio dalla foga eccessiva con cui egli tentò di invocare certi fenomeni della natura come prova della rotazione terrestre>> (A. Frova, La fisica sotto il naso, BUR, Milano 2001, p. 73).

La vicenda galileiana è tuttavia nota, così come il suo sfruttamento da parte di quei settori anticlericali che sostenevano ed incoraggiavano lo scienziato pisano a mettere in cattiva luce non solo la cosmologia e teologia scolastica, ma anche il cuore dogmatico della dottrina e della religione cattolica. Certo, non sono mancate voci importanti che hanno giustamente cercato di ridimensionare fatti e circostanze relativi alla polemica che vide contrapposti alcuni esponenti delle gerarchie cattoliche e Galileo Galilei. Tra le tante testimonianze, quella autorevole di Benedetto XVI che, ancora Cardinale, citò testualmente Bloch: <<con il suo marxismo romantico>>, il quale scrisse che: <<il sistema eliocentrico – così come quello geocentrico – si fonda su presupposti indimostrabili>>.

Ratzinger nel corso di quel memorabile intervento, recentemente molto contestato dai fisici romani dell’Università della Sapienza, riferì che secondo Bloch: <<il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo>>. Il Cardinale proseguì chiamando in causa l’agnostico P. Feyerabend, il quale ammise una verità in genere sottaciuta. Ossia che: <<La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione>> (J. Ratzinger, La crisi della fede nella scienza, tratto da: Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa del rivolgimento, Ed. Paoline, Roma 1992, pp. 76-79). Ratzinger concluse il suo intervento chiamando in causa C. F. Von Weizsacker, il quale collegò direttamente e senza mezzi termini la scienza di Galileo con la bomba atomica.
Per quanto riguarda l’osservazione di Bloch, citata da Ratzinger, è necessaria una puntualizzazione. Non è vero infatti che la teoria di Copernico apportasse una semplificazione nei calcoli astronomici. Infatti, gli epicicli utilizzati da Tolomeo per spiegare il moto retrogrado dei pianeti non vennero eliminati dall’ipotesi eliocentrica, che postulava addirittura un terzo moto di declinazione della Terra, oltre a quelli di rotazione e rivoluzione. Le tabelle fornite da Copernico (1473 – 1543) peraltro non funzionavano perché riferite ad orbite circolari. Solo un centinaio d’anni dopo, quando Keplero (1571 – 1630) ipotizzò orbite ellittiche, i calcoli cominciarono ad essere attendibili. Ma non solo.
Anche ai nostri giorni, come afferma il fisico francese J. M. Lévy–Leblond: <<i calcoli molto sofisticati delle traiettorie seguite dalle nostre sonde spaziali sono effettuati davvero all’interno di un contesto in cui la Terra è giustamente considerata immobile, anche cinque secoli dopo Copernico. La scienza moderna, più raffinata di quanto vorremmo ammettere, non ha sostituito il geocentrismo con l’eliocentrismo, ma con il policentrismo>> (La velocità dell’ombra – Ai limiti della scienza, Codice Edizioni, Torino 2007, p. 156). La teoria copernicana pertanto non produsse: <<nessun progresso nella precisione dell’osservazione, come pure negli strumenti matematici o nella fisica. La teoria geocentrica e quella eliocentrica rendono conto senza dubbio egualmente dei fenomeni, sono equivalenti dal punto di vista dell’osservazione>> (J. P. Verdet, Storia dell’astronomia, Longanesi, Milano 1995, pagina 78).
Al di là di ogni intento polemico, è tuttavia doveroso segnalare che i molteplici luoghi comuni che investono la rivoluzione eliocentrica copernicana sono così diffusi ed infondati, che anche un filosofo del calibro di Karl Popper è giunto alla conclusione che: <<La rivoluzione copernicana, dunque, non prende le mosse da delle osservazioni, ma da un’idea di carattere religioso o mitologico>> (K. Popper, Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 1972, pagina 177). Questa osservazione se ben intesa diventa addirittura rivelatrice, rispetto all’ottica comune e distorta con la quale si è soliti interpretare la rivoluzione cosmologica avvenuta nel rinascimento. Vale a dire, come un presunto trionfo della verità scientifica sulle fantasie metafisiche che popolarono la visione geocentrica durante il lungo corso dei secoli medievali.
Popper infatti dopo la sua dettagliata analisi circa l’avvento della scienza moderna, conclude che alla base della rivoluzione eliocentrica non vi furono delle motivazioni scientifiche derivanti da esigenze scientifiche, come abbiamo cercato di evidenziare nel corso del nostro intervento. Ma questo cambio di “paradigma”, per dirla alla Khun, prese avvio da motivazioni ideologiche a sfondo religioso o mitologico. La religiosità alla quale allude Popper non può che essere quella che abbiamo indicato nel corso di questo intervento. Ossia, pitagorica-egizia. Peraltro, è risaputo che i pitagorici annoveravano tra i loro insegnamenti esoterici proprio il modello eliocentrico del “sacro fuoco centrale”, rappresentato simbolicamente da un punto inscritto in un cerchio, 8, e denominato “occhio del sole” <<presente là dove era conservato il più grande di tutti i segreti>> (L. Gardner, I segreti della massoneria – L’ombra di Salomone, Newton Compton Editori, Roma 2006, p 338).
A ben vedere, allora, si delineano indicazioni di una inattesa, ma ben possibile consonanza fra l’antica fede pitagorico-egizia e la nuova scienza induttiva sorta sulle sponde dell’Arno in epoca rinascimentale. Entrambe confluivano nel modello eliocentrico copernicano, che infatti possiede un volto pubblico e razionale (scientifico), ed uno riservato e magico (dottrinale). Scienza apparente e dottrina mascherata, dunque, in puro stile pitagorico. Non solo Galileo e Keplero, infatti. Ma anche Bruno e Campanella furono sostenitori accaniti di Copernico e dell’antica dottrina eliocentrica, per non dire eliolatrica.
L’umanesimo ed il rinascimento rappresentano pertanto momenti unici di particolare complessità all’interno dei quali si delinearono e <<videro il trionfo pseudo scienze come l’alchimia e la magia>> (B. Mondin, Epistemologia cosmologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1999, pag. 15). Alexandre Koyré conferma questo punto di vista, ammettendo che: <<Il Rinascimento è un’epoca in cui la superstizione più grossolana e più profonda, la credenza nella magia e nella stregoneria si è estesa in una maniera prodigiosa ed è stata infinitamente più diffusa che nel Medioevo>> (in P. Zambelli,  L’ambigua natura della magia – Filosofi, streghe, riti nel Rinascimento, Marsilio, Venezia 1996, p. 129).
Nessuna meraviglia allora se all’interno dell’atanor culturale frammisto di ragione e superstizione che caratterizzò il periodo rinascimentale, trovarono spazio persino personaggi di primo piano nell’ambito della scienza sperimentale, del calibro di Robert Boyle, appartenenti alla prestigiosa accademia scientifica Royal Society londinese. Costoro infatti nonostante la professione esterna del “credo” positivistico e scientifico: <<non avevano alcun dubbio sul fatto che spiriti disincarnati, streghe e demoni producessero degli effetti sul mondo della natura>> (S. Shapin, La rivoluzione scientifica, Einaudi, Torino 2003, p. 34).
Persino lo stesso Kant poco dopo non esitò a dichiarare che: <<Si giungerà un giorno a dimostrare che l’anima umana vive in una stretta unione con le nature immateriali del mondo degli spiriti; che questo mondo agisce sul nostro e  gli comunica impressioni profonde>> (Citato in F. M. Dermine, Mistici veggenti e medium – Esperienze dell’aldilà a confronto, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2002, p. 60, nota 92). Parole tristemente profetiche queste, che, purtroppo, rispecchiano la nostra contraddittoria epoca così intrisa di tecnologia, scienza. Ma anche e soprattutto di elementi irrazionali e magici dei quali l’uomo comune, governato e manipolato “mediaticamente”, non riesce nemmeno ad avvertire, pur essendo ben deciso nel negarne la presenza.



domenica 16 gennaio 2011

“FERMATI O TERRA!”



Giosuè nella valle di Gabaon invocò il Signore degli Eserciti. E il sole si fermò in mezzo al cielo e <<non si affrettò a calare quasi un giorno intero>> (Giosuè 10, 12-13). Grazie all’aiuto divino, gli Israeliti riuscirono a sconfiggere gli Amaleciti e ad entrare nella terra promessa. Così narrano le Sacre Scritture. La storia è risaputa.
Altrettanto noto che Galilei ricorse a questo brano, nelle cosiddette Lettere Copernicane, per dimostrare che la Bibbia non deve essere interpretata letteralmente, per quanto riguarda il punto di vista naturale. E nemmeno dal punto di vista storico, affermano autorevoli teologi moderni.
Secondo Galilei, le Scritture ispirate dallo Spirito Santo utilizzerebbero un doppio linguaggio <<per accomodarsi all’incapacità del volgo, così per quei pochi che meritano di essere separati dalla plebe>> (Lettera a don B. Castelli). Dio cioè rivelerebbe ai “sapienti”, meritevoli <<di essere separati dalla plebe>>, il senso intimo delle Scritture. Quest’ultimo dunque non corrisponderebbe a quello apparente riservato ai “semplici”.
Nel caso in cui il linguaggio apparente entrasse in contraddizione con quello recondito, Galilei suggerisce di reinterpretare le Sacre Scritture secondo i canoni della ragione scientifica, alla luce cioè delle <<dimostrazioni necessarie>>, piuttosto che ricercare il significato ultimo nelle <<sensate esperienze>>, ossia alla luce dei principi della metafisica, che come si sa è fondata sulla concretezza dell’ente reale.
Per questa ragione, continua lo scienziato, quando la Bibbia attribuisce il movimento al sole e la quiete alla terra, non bisognerebbe lasciarsi trarre in inganno dal linguaggio superficiale utilizzato <<per accomodarsi all’incapacità del volgo>>. Bensì, indagare il senso recondito delle Scritture oltre le apparenze della realtà, facendo <<violenza>> ai sensi. Questo sarebbe il metodo proprio degli <<eletti>>. I quali certamente non condividono la convinzione illusoria che la Parola di Dio debba corrispondere alla dimensione naturale, per il semplice fatto di essere stata creata da quella stessa Sapienza che ha ispirato le descrizioni profetiche.
Ingenuità dunque il credere che l’immagine del mondo debba corrispondere di fatto alle sacre descrizioni. Erroneo porre il punto di partenza dell’indagine conoscitiva nella realtà così come appare. Errato inoltre ritenere che non siano necessarie inversioni (o rivoluzioni) mentali, e che non serva nessun trucco intellettuale per distinguere nei testi profetici la descrizione dei cieli con le vie che conducono ai cieli. Sbagliato insomma ritenere che la Parola di Dio sia concorde alla natura e che non contenga alcuna allusione ad una realtà virtuale distinta da quella tangibile rilevata dal popolare <<senso comune>>.
A questo punto tuttavia è necessaria una precisazione. È chiaro infatti che siamo tutti concordi nell’affermare l’esistenza di un diverso grado di lettura e comprensione della Parola di Dio, una penetrazione graduale dell’intelligenza in grado di separare la verità dalle cause secondarie o accidenti. L’intus legere, leggere dentro, come diceva san Tommaso, è appunto uno scavare dell’intelletto dentro le forme estetiche delle rivelazioni, per approfondirne il significato e penetrare nel loro contenuto più intimo. Tutto questo però deve essere effettuato senza negare o invertire la corrispondenza, l’adeguatio, tra la rappresentazione e la concretezza della “cosa in sé”. Senza cioè voler trasformare l’idea in realtà e la realtà in idea.
È del tutto evidente che il linguaggio sacro è per forza di cose molto spesso allegorico. Già l’Areopagita d’altronde parlava di una <<teologia simbolica>> per indicare il gradino più basso della teologia affermativa e della conseguente necessità di interpretazione e penetrazione dei simboli utilizzati per non fraintendere in modo grossolano alcune affermazioni. Si pensi, ad esempio, all’<<ira>> di Dio, alla sua <<ebbrezza>>, al suo <<sonno>>, al <<grembo di Dio>> dal quale esce il Figlio, ecc.
Tuttavia, oltre questo aspetto del tutto assodato, riguardo all’immagine del mondo le Scritture insistono nell’indicare la saldezza della terra rispetto ai corpi celesti, non soltanto dal punto di vista simbolico. Fin dai primi passi della Genesi si legge che Dio creò il sole e la luna e tutti i luminari per regolare il giorno e la notte. Una sorta di orologi più che perfetti che muovendosi relativamente determinano l’alternarsi delle stagioni e dei cicli cosmici rapportati alla saldezza della terra. Molte affermazioni ribadiscono concordemente la stabilità della terra (Giobbe 9, 3; 38. Siracide 43, 5, Is. 45, 18. I Salmi 18; 23; 92; 103). Persino Gesù dice che il Padre <<fa sorgere (dunque muovere rispetto alla terra ferma) ogni giorno il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni>> (Mt 5, 45).
D’altra parte, Giosuè nel corso della fatidica battaglia contro gli Amaleciti non poteva esclamare enfaticamente: <<Fermati o terra!>> davanti a tutti gli astanti, senza dare un senso di ridicolo alla circostanza del tutto drammatica. Egli dunque non poteva che riferirsi a ciò che effettivamente appariva ed unanimemente veniva (e viene) riconosciuto in movimento dal <<senso comune>>, nonostante il modello razionale elaborato dalla scienza induttiva rifiuti questa innegabile testimonianza. Ossia, il movimento del sole e delle stelle rispetto alla quiete terrestre.
Consideriamo oltre tutto che frenando bruscamente un corpo in rapido movimento, si determinano spinte ed  effetti inerziali, nel caso della terra tradotte in terremoti, maremoti, e via dicendo. Dio allora nel caso biblico, fermando la terra nel suo presunto moto di rivoluzione giornaliera, l’avrebbe scossa in modo repentino. Come un autobus che frenando all’improvviso nel corso della sua marcia, provoca il trascinamento in avanti di tutti i passeggeri. Questo effetto inerziale invece non è avvenuto nel caso in questione. Ciò dimostra che la terra non era, e non è, in movimento e che a fermarsi semmai è stato il sole. Sempre che non si creda che questo episodio sacro sia una favola. Se non proprio un messaggio sibillino.
Occorre tuttavia anche prendere in considerazione la possibilità che Giosuè possa aver compiuto un errore formale nella sua invocazione, del tutto contraria alle conclusioni della scienza moderna, ma che sia stato esaudito egualmente. Egli infatti avrebbe intimato di fermarsi ad un corpo già fermo, invece che a quello in moto. E ciò malgrado, ottenendo l’effetto desiderato. Credere a questa possibilità sarebbe come credere che tirando il freno di emergenza di un treno fermo sia possibile fermare quello che passa accanto a tutta velocità. O sostenere che mettendo benzina nel radiatore invece che nel serbatoio la macchina funzioni lo stesso. O che inviando una domanda al Ministero della Pubblica Istruzione, ci risponda la Conferenza Episcopale Italiana.
Difficile dunque credere che nelle fasi conclusive e drammatiche dell’esodo verso la terra promessa, Giosuè abbia confuso i termini dell’invocazione rivolta a Dio, senza mettere in dubbio il valore e la grandezza del successore di Mosè, di colui che il Signore degli Eserciti aveva scelto come precursore simbolico nel nome e nel fatto di Gesù Cristo salvatore, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, in quo sunt omnes thesauri sapientiae ed scientiae absconditi (Col 2, 3).
Più semplice considerare l’attendibilità della Bibbia anche nelle questioni naturali, senza incorrere nel pericolo di giungere a conclusioni assurde, come il ritenere la terra piatta, come qualcuno potrebbe sostenere. Ricordiamo infatti che i medievali, i quali interpretavano la Scrittura divina il più possibile alla lettera, sapevano della rotondità della terra. Tra l’altro, oltre a Platone ed Aristotele, la sfericità del nostro globo venne affermata anche da Cicerone, nel <<Sonno di Scipione>>. D’altra parte, il modello tolemaico, fondato sulla perfezione delle sfere planetarie e celesti, non poteva avere come centro una terra quadrata o cubica, ma necessariamente sferica.
Comunque, è bene dirlo, la Bibbia non appoggia né il geocentrismo, né l’eliocentrismo. La Bibbia infatti non può che approvare il Teocentrismo. O meglio il Cristocentrismo. Perché Dio ha voluto che ogni cosa fosse ricondotta in Cristo, come ad un centro assoluto ed universale al quale faccia capo tutta la realtà, da quella inanimata e cosmologica, a quella spirituale e teologica. Ed è compito della sapienza più che della scienza soddisfare a tale missione. Se dunque la scienza sostiene l’eliocentrismo, la Sapienza non può che sostenere il cristocentrismo, invitando a considerare tutta la realtà centrata intorno alla sua Causa, come ad un punto simbolico, ma essenziale, che rappresenta l’inaccessibile Gloria di Dio, l’ineffabile accesso alla contemplazione della beatissima e santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.