domenica 12 febbraio 2017

MASSONI ANONIMI




Nelle sfere delle alte iniziazioni, si crede che un uomo il quale, pur non essendo massone dichiarato, condivida ed appoggi anche inconsapevolmente i principi della massoneria, possa definirsi un “massone senza grembiule”. Una sorta di applicazione del detto evangelico: “chi non è contro di noi è con noi (Mc 9,40). Albert Pike, 33° del Rito Scozzese, «satanista di Boston, incallito praticante della magia nera»[1], affermò infatti: «Si incontrano molti massoni che non si sono mai sottoposti all’iniziazione». 
Massoni anonimi, “senza grembiule” vengono dunque considerati quanti, pur non essendosi sottoposti a nessun rito di affiliazione ad una loggia, condividono comunque le derivazioni dei noti principi laicisti di libertà, uguaglianza, fratellanza, propugnati ai quattro venti dalla rivoluzione del 1789, che rappresentano i cardini della nostra mentalità comune.
Massoni senza iniziazione siamo quindi tutti noi, in possesso di convinzioni in varia misura emancipate, filantropiche, cosmopolite. Noi moderni, di destra e di sinistra, conservatori e progressisti, che proclamiamo comunque la solidarietà, la tolleranza religiosa, il rispetto della personalità umana, la libertà di coscienza, etc., stimolati ad accogliere uomini di ogni credenza, nazionalità, tradizione, di ogni razza, qualunque siano le loro opinioni politiche e religiose, purché liberi e di buoni costumi.
La massoneria difatti si pone al di sopra di tutte le religioni e di tutte le chiese, accogliendole al suo interno, senza distinzioni. Essa così intende esercitare una sorta di unificazione degli uomini, qualunque concezione particolare essi abbiano sulle problematiche religiose, sociali, politiche. Questo perché tale consorteria dichiara di aver sempre accolto al suo interno: «indistintamente monarchici e repubblicani, conservatori e progressisti, cristiani ed ebrei. Vi troviamo infatti patrioti come Giuseppe Mazzini, il quale nel 1868 ebbe l’aumento di luce del 33° grado scozzese da parte del Supremo Consiglio di Palermo, e Giuseppe Garibaldi, che fu iniziato a Montevideo nel 1844»[2].
Come dicevamo, all’interno di questo panteon ideologico e religioso, senza mura, ci troviamo anche noi, impregnati fino alle midolla di ideali laicisti. Chi infatti sarebbe propenso ad un ritorno agli ideali pre-risorgimentali, alla Chiesa gerarchica, al potere temporale dei Papi, all’intransigenza religiosa? Chi darebbe ancora ragione a Papa Pio IX, al suo desueto non expedit …, ossia non conviene ai credenti prestare la loro partecipazione alle attività politiche del Regno d’Italia?
Questo santo Pontefice, che venne esautorato con la forza dal potere temporale, era tuttavia ben consapevole che se il governo dello Stato fosse stato affidato ad istituzioni puramente laiche, sarebbe crollato su di sé, perché internamente instabile e corrotto. Senza il riferimento timoroso a Dio ed il rispetto dei suoi precetti, la morale difatti non possiede fondamenti certi ed inviolabili, ed anche l’etica diviene relativa. Pio IX era quindi profondamente convinto della necessità del potere temporale del Pontefice, perché la Chiesa potesse esercitare in modo autonomo l’azione di redenzione universale attribuitole da Cristo. Egli difese fino all'ultimo il diritto di governare effettivamente un proprio regno, come legittimo Re. Ma gli eventi seguirono un andamento assai diverso.
La storia è nota. Il 20 settembre 1870, nell’equinozio d’autunno, data cara alle officine massoniche, l’ufficiale Giacomo Segre, oggi sepolto nella zona ebraica del cimitero di Chieri Torinese, diede l’ordine di far fuoco contro Porta Pia, incappando così nella scomunica che Pio IX aveva proclamato contro chi avesse ardito esplodere il primo colpo contro le mura pontificie. Essendo ebreo, la scomunica non poteva coglierlo più di tanto. Gli ufficiali cattolici, per quanto divenuti anticlericali, non se la sentirono di sparare per primi. Semmai, qualcuno di essi portava in tasca gelosamente crocifissi e rosari regalatigli dalla mamma o dalla nonna.
Scrivendo sulla “Questione Romana”, Gramsci spiegò: «Porta Pia non fu che un episodio meschino, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia … Porta Pia rassomiglia, in piccolo, a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu la facile vittoria contro un avversario che militarmente non esisteva più. Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione, violenta ed artificiale, del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso».

Molti anni sono trascorsi da quella fatidica data, che segnò la conferma di tutte le scomuniche rivolte ai fondatori dell’attuale stato laico, liberale, emancipato. Ma i tempi sono molto cambiati da allora, al punto che la Chiesa di oggi ha dimostrato di aver cambiato radicalmente posizione, circa il principio laicista dell’etica sociale fondata su una morale comune, non necessariamente legata alla religione cattolica.
Il 27 ottobre 1986, Giovanni Paolo II convocò ad Assisi i rappresentanti delle maggiori religioni del mondo. Tutti i partecipanti pregarono il loro Dio, a favore della pace, secondo le formule specifiche della loro religione, senza disprezzare e senza voler predominare sulle altre, in un atteggiamento di profondo rispetto delle reciproche diversità. Questa stessa regola, come accennavamo in precedenza, è proclamata all’interno delle logge massoniche, nelle quali: «Ciascuno è libero di portare all’interno del lavoro massonico le sue convinzioni religiose, così come ciascun rappresentante religioso ha portato le sue convinzioni all’incontro di Assisi»[3].
La nostra Chiesa sembra quindi inspiegabilmente convergere sul principio esposto nella cosiddetta “bibbia” della massoneria, Morals end Dogma, scritta dal sopra citato 33°, Albert Pike. Il quale affermò che nelle officine massoniche: «il Cristiano, l’Ebreo, il Mussulmano, il Buddista, il seguace di Confucio e Zoroastro possono unirsi come fratelli e accomunarsi nella preghiera al solo Dio che è al di sopra di tutti gli dei»[4]. Chiesa e Massoneria, a tutti gli effetti, oggi: «esprimono stessi concetti, stessa sollecitudine, stessi obiettivi: la tolleranza nel rispetto reciproco motivato dalla condivisione di finalità universalmente condivisibili»[5].

In questo clima di dichiarata pace e fratellanza universale, che intenderebbe abbracciare tutti gli uomini, restano tuttavia esclusi quanti si riallacciano alla Chiesa di sempre. Quella oggi considerata “antica” e quindi superata. Tuttavia, chiara nelle sue posizioni, nelle sue condanne, nelle sue scomuniche, essendo governata da Pontefici che non hanno temuto la censura delle piazze, né da vivi, né da morti. Si pensi allo stesso Pio IX, il cui corteo funebre, che di notte trasferiva le sue spoglie da San Pietro a San Lorenzo fuori le mura (1881), venne assalito da massoni al grido di: «Al fiume il papa porco».
Ma i toni accesi di allora, oggi si sono mitigati. Così che la Chiesa di Pio IX e quella attuale, sembrano essere due entità diverse, addirittura inconciliabilmente contrapposte nei loro proclami, nella loro prassi, nella liturgia e nella lingua. Il Papa del Sillabus, del dogma dell’Immacolata Concezione e dell’infallibilità papale, sembra difatti essere estraneo, se non proprio nemico, della Chiesa d’oggi, più di quanto lo fossero i nemici di un tempo, oggi per molti versi confluiti in Essa, attraverso inavvertite fenditure, che inevitabilmente hanno consentito un abbattimento delle antiche mura ed una occupazione anche spirituale della Roma felix.
Il mondo, avendo allentato il legame con le Intelligenze separate che lo governano, ed avendo di conseguenza ridotto al minimo le sue protezioni spirituali, è sempre più pericolosamente esposto ad un processo di decadimento e di autodistruzione indotto dall’azione delle potenze avverse. I cristiani praticanti, legati alle forme classiche di pietà ed alla sacra Liturgia, sono sempre più perseguitati, spesso emarginati all’interno delle loro stesse comunità. Chi non si adegua agli aggiornamenti ecclesiali, resta fuori di fatto, segnato con il marchio del tradizionalismo, che tuttavia rappresenta il segno vivente della gloria divina che agisce come il sale evangelico nella storia umana.
Questo è successo ai Frati di Frigento, i più agguerriti avversari della Massoneria, molto angariati dalle autorità del Vaticano, per il loro attaccamento alle forme liturgiche preconciliari, che tanto fastidio producono negli avversari. Questo succede a quanti si pongono legittimi interrogativi verso l’attuale Pastorale che per molti aspetti sembra far confluire, fino a confondere Chiesa e mondo.
Signoreggiano invece all’interno della comunità ecclesiale proprio quei cristiani divenuti, inconsapevolmente, massoni “senza grembiulino”. I quali procedono senza ripensamenti verso la definizione della nuova chiesa, allontanandosi per forza di cose da quella dei loro padri: assolutista, inflessibile, chiusa alle esigenze del mondo. Proprio quella Chiesa che ha generato gloriosi santi e fondatori. Come don Bosco, fervente antimassonico, zelante consigliere, collaboratore e difensore dell’ultimo Papa Re, oggi, da questo punto di vista, reputato retrogrado e sorpassato dagli stessi Salesiani.
Certo, dicevamo, quelli erano altri tempi. Ma questo basta a spiegare le strane convergenze della Santa Romana Chiesa con la Massoneria universale? Consorteria che, dal 1738 fino al 1960, tutti i Pontefici, evidentemente non senza ragione, indicavano e trattavano come acerrima nemica. Oggi tuttavia inspiegabilmente sparita dalle cronache ecclesiali e non. Proprio come se non esistesse.





[1] P. Haining, Maghi e magia, Ed. Mediterranee, Roma 1977, p. 61.
[2] W. Anceschi, La Massoneria iniziatica, Ed. Rebis, Viareggio 2002, p. 80.
[3] M. Biglino, Chiesa Romana Cattolica e Massoneria, realmente così diverse?, Collegno 2009, p. 38.
[4] A. Pike, Morals end Dogma, Ed. Bastogi, Foggia, 1986, III, p. 153.
[5] M. Biglino, ib.

sabato 14 gennaio 2017

SAN PAOLO E I DEMONI



Quando san Paolo giunse a Pozzuoli da Malta, sfinito da un ulteriore viaggio pieno di peripezie, venne invitato a fermarsi una settimana in quello che prima di Ostia era stato il porto di Roma. A pochi passi dal mare, si trovò di fronte ad un tempio dedicato a Serapide, divinità solare di matrice greca, ma di genesi egizia. Come ad Atene, egli dovette “fremere nel suo spirito” vedendo anche questa città piena di idoli (cfr. At 17, 16). Tuttavia, pur debilitato dall’estenuante attività apostolica descritta nell’ultimo capitolo degli Atti, Paolo non si perse d’animo e ben presto si rimise in marcia verso Roma, per riprendere la predicazione contro la falsa religiosità dei pagani, in particolare quella rivolta all’idolo solare, che egli conosceva molto bene, provenendo dalla Cilicia, la terra di Mitra.
Altrettanto bene aveva imparato a conoscere le persecuzioni che toccavano a chi si poneva contro le radicate superstizioni pagane. A Efeso gli si erano sollevati contro gli orafi costruttori delle statue di Diana-Artemide, protettrice delle prostitute, in crisi di affari perché la loro divinità stava soccombendo inesorabilmente di fronte alla predicazione dell’Apostolo ed il conseguente diffondersi della dottrina cristiana, che non lasciava spazio ad alternative o a strane vie di mezzo, e che quasi imponeva la fatidica scelta: o con Cristo, o contro Cristo. Molti efesini infatti avevano confessato pubblicamente il loro ricorso alle pratiche magiche e spontaneamente avevano dato fuoco a tutti i libri di magia nera in loro possesso il cui valore complessivo ammontava a cinquantamila dramme d’argento (cfr. At 19). Una somma considerevole. Nell’Attica, la dramma d’argento corrispondeva alla paga giornaliera di un lavoratore generico. Dunque, cinquantamila giornate di lavoro. Più di una decina d’anni lavorativi di un operaio.
Paolo, come tutti gli altri apostoli, sostenne con chiarezza e senza tanti distinguo, l’insanabile opposizione fra il culto rivolto a Cristo e quello dedicato ai demoni. Chi non venera Cristo, venera gli idoli: «I sacrifici dei pagani sono fatti a demoni, e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demoni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore ed alla mensa dei demoni» (1 Cor 10, 19 -22). Altrove, aggiunge: «Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Beliar, o quale collaborazione fra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Non siamo infatti il tempio del Dio vivente?» (2 Cor 6, 13-16).
A proposito della sua volontà di recarsi in Tessalonica, ove lo attendevano nuove comunità cristiane, Paolo sperimentò in modo evidente l’azione contraria del maligno, che fece di tutto per impedirgli quel viaggio apostolico: «Quanto a noi fratelli … abbiamo desiderato una volta, anzi due volte, proprio io Paolo, di venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito» (1 Ts 2, 18). Anche su questo tema, San Paolo evita qualunque divagazione. Non è un dotto, ma un apostolo. Se parla è per mettere in guardia i suoi discepoli circa il potere reale di seduzione del maligno, che egli conosce bene. Ma dal quale è altrettanto conosciuto: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?», domandò lo spirito avverso ad alcuni esorcisti ambulanti giudei, prima di metterli in fuga per mano di un indemoniato, coperti di ferite ed addirittura nudi (At 19, 13).
Il maligno, proprio perché sostanzialmente ingannatore, è tuttavia così abile da dissimulare la propria natura, prendendo le sembianze della divinità che vorrebbe adombrare. Per ingannare gli uomini ed indurli nell’errore e nel peccato, «Satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni … si maschera da angelo di luce» (2 Cor 2, 11 e 11, 14).

S. Paolo indica con estrema efficacia il pericolo derivante dai falsi culti, anche se lo fa in modo formalmente diverso dal suo Divino Maestro, capace di affascinare le folle con efficaci, suggestive e sintetiche parabole. Nelle sue Lettere, l’Apostolo in genere non utilizza un linguaggio attraente, poetico, allusivo come quello del Vangelo. Egli non evoca nemmeno immagini profetiche, tremendi «sigilli» da sciogliere, significati chiusi tutti da interpretare, come è in grado di fare l’apostolo Giovanni, nel misterioso libro dell’Apocalisse.
Lo stile di Paolo, a parte gli straordinari slanci cristologici, non è immediato. Ma dimesso, discorsivo, non suggestivo. A volte, apparentemente contorto, se non proprio “noioso”. Tuttavia, nessuno fra gli apostoli è più vicino a Cristo di quanto lo sia Paolo. Nessuno si identifica totalmente a Cristo, al punto da dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Nessuno condivide come lui la passione e la croce del Signore: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). E più avanti prima di concludere bruscamente la lettera ai Galati, «O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati!» (3,1), afferma: «Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (6, 17).
Ebbene, San Paolo, così partecipe della croce ed della gloria di Cristo, ha indicato quale fossero i veri nemici contro i quali combattere: «La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 12). Questa affermazione dimostra l’incomparabile intelligenza spirituale di colui al quale «è stata concessa la grazia di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8). Intelligenza che trascende decisamente i limiti degli effetti contingenti, per giungere alla causa metafisica degli eventi.
San Paolo infatti, in virtù della particolare esperienza di Cristo, culminata con il rapimento estatico al terzo cielo, in paradiso, ove «udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare» (2 Cor 12, 4), non può che amplificare la portata temporale del «mysterium iniquitatis» già in atto (2 Ts 2, 7), non riferendolo ad uomini in particolare, ma riconducendolo alla sua vera e sola essenza: «il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che opera negli uomini ribelli» (Ef 2,2). L’Apostolo lascia intendere che i potenti di questa terra sono a loro volta sottoposti ad un potere superiore, metafisico, costituito da quegli spiriti dell’aria ai quali sono rivolti i culti ed i sacrifici che essi celebrano. A tale potere è soggetto non solo chi partecipa, ma anche chi consenta siano celebrati tali culti illeciti. 

Anticamente, era assai diffusa la credenza «che un fanciullo o gruppi di fanciulli impuberi potessero costituire i migliori depositari di rivelazioni, di sogni e di doni divinatori». Credenza avvalorata dal fatto che nell’antica Roma esistevano i «pueri magici», che i sacerdoti inducevano alla trance o al sonno magico: «Quando uno spirito è evocato nessuno ha il potere di vederlo se non fanciulli di undici e dodici anni d’età o tali che siano davvero vergini»[1].
Sant’Agostino esamina tali credenze e pratiche evocatorie rivolte a dei e demoni, nella Città di Dio. Egli riporta l’opinione comune, affermata in modo speciale da Apuleio, riguardo alla realtà animata, ordinata in tre classi: «Dei, uomini e demoni. Gli dei occupano la posizione più eminente, gli uomini l’infima, i demoni quella di mezzo; infatti, la sede degli dei è il cielo, quella degli uomini la terra, quella dei demoni nell’aria» (Libro 8, 14). I demoni stanno fra gli uomini e gli dei e fungono da intermediari. Ed in quanto tali vanno propiziati attraverso cerimonie magiche e mediante l’offerta di opportuni sacrifici. Aggiunge tuttavia il santo d’Ippona: «Essi sono invece spiriti pieni del desiderio di nuocere, totalmente alieni dalla giustizia, gonfi di orgoglio, lividi d’invidia, astuti nell’inganno; abitano nell’aria, perché abbattuti dalla sublimità del più alto cielo come punizione di una trasgressione irrimediabile e condannati a questa specie di carcere a loro conveniente» (L. 8, 22).
Questi stessi demoni vengono unanimemente indicati dagli esperti in esoterismo, come i veri governatori delle sette segrete. Pierre Mariel, ad esempio, concluse che queste consorterie occulte: «obbediscono tutte (ed i veri Superiori lo sanno) ad un’unica direzione. Esistono (al di sopra delle divergenze apparenti) Superiori Sconosciuti, raggruppati in un Centro del Mondo, che sono i direttori d’orchestra in quest’insieme, dove ogni società è uno strumento docile e ben accordato»[2]
Tali «superiori sconosciuti», «daimon» per intenderci, ancora presenti e più che mai attivi in mezzo a noi, rappresentano quegli spiriti del male sparsi nell’aria, contro i quali San Paolo guerreggiò senza riserve. E contro i quali non ci resta che combattere, in senso paolino, «sino alla fine e rimanere in piedi, padroni del campo» (Ef 6, 13). Del resto: «le guerre sono vinte da coloro i quali hanno saputo attrarre dai cieli le forze misteriche del mondo invisibile e sanno assicurarsene il concorso»[3]. E solo i cristiani hanno dalla loro parte il favore incondizionato delle potenze angeliche, le quali non aspettano che essere invocate in ogni occasione, «opportune, importune» (2 Tm 4, 2), per intervenire in loro favore.






[1] F. M. Dermine, Mistici, veggenti e medium - Esperienze dell’al di là a confronto, Libreria Editrice Vaticana, 2002, p. 99.
[2] P. Mariel, Le società segrete che dominano il mondo, Firenze, 1976, p. 207.
[3] in F. Belfiori, San Paolo, Volpe Editore, Roma, 1971, p. 12.

venerdì 4 novembre 2016

GIOVANI “SPROVVEDUTI”


Il giovane provveduto”, è un libretto nel quale san Giovanni Bosco esortava i suoi ragazzi a coltivare e custodire gelosamente le virtù, specialmente la castità. Insieme ai mezzi idonei per perseguire la santità, varie devozioni: l’Ufficio della Beata Vergine Maria, i salmi in latino, la maniera pratica per assistere con profitto alla S. Messa, ecc.
Tutte queste pagine, un tempo assai diffuse e praticate dai ragazzi, appaiono addirittura patetiche, se rapportate alla realtà giovanile coeva. Non so cosa direbbero gli allievi, se un docente si rivolgesse a loro come il Santo della gioventù: “Badate per altro, o miei figliuoli, che voi siete tutti creati per il Paradiso, e Iddio, qual padre amoroso, prova grande dispiacere quando è costretto a condannare qualcuno all’Inferno” (p. 10).
L’Inferno, il Paradiso, e chi ne parla più? Il progresso tecnologico e scientifico ha spazzato via tutto, concentrando l’attenzione ed il sapere sulla dimensione terrena. I Novissimi, la paura del peccato, della dannazione perpetua, certezze un tempo diffuse nella quasi totalità delle persone, oggi appaiono come gli spauracchi di un’epoca tramontata ed oscura, nella quale si dice che la Chiesa esercitasse il proprio potere, facendo leva sui pericoli spirituali dell’anima, sulla presenza del diavolo in punto di morte.
Oggi, invece, siamo a conoscenza di esperienze di premorte del tutto rassicuranti. Esse parlano di luce al fondo di un tunnel, sensazioni di pace e tepore, figure eteree piene di amore pronte ad accogliere le anime, per accompagnarle verso verdeggianti scenari. La realizzazione cioè di quanto di più buono si possa immaginare. Famose sono infatti le testimonianze sul “dopo morte” raccolte dal dottor Raymond A. Moody, Jr., nel suo libro La vita oltre la vita, Mondadori 19965:
«Il giorno era freddissimo, eppure, mentre ero in quello spazio buio, sentivo soltanto calore e un immenso senso di benessere quale non ho provato mai … Ricordo di aver pensato “Devo essere morto … Cominciai a provare dei sentimenti meravigliosi. Non sentivo altro che pace, benessere, quiete» (p. 27). In un altro caso, la persona che era morta si sentì fluttuare «in una luce chiara come il cristallo. Non una luce che si possa descrivere in termini umani. Non posso dire di avere visto una persona in quella luce, eppure ha una sua identità, senza dubbio. È una luce di assoluta comprensione e di assoluto amore» (p. 48).
Sembrano quindi scomparsi gli oscuri demoni di un tempo, che si manifestavano all’agonizzante, cercando di carpirne l’anima per trascinarla nel fuoco infernale della dannazione eterna. Afferma in proposito S. Giovanni Crisostomo, in Omelia 53 su san Matteo, che «molti moribondi siano uditi raccontare orrori e spaventose visioni la cui vista è loro insopportabile così che spesso scuotono il letto con potenza e fissano con paura gli astanti, mentre l’anima si rintana nel corpo dal quale si rifiuta di essere strappata, incapace di sopportare la vista dei demoni che si fanno incontro per soppesare l’anima. Se siamo terrorizzati quando vediamo un uomo dall’aspetto spaventoso, che cosa non soffriremo quando vedremo tra i nostri visitatori angeli in atteggiamento minaccioso e potenze dall’aspetto severo, mentre l’anima viene strappata dal corpo e trascinata via emettendo vani lamenti?”.
Proprio sul timore della morte, don Bosco esortava i suoi ragazzi alla conversione ed all’osservanza dei precetti cristiani. Spesso sognava quelli che dovevano morire prematuramente. Li avvertiva in modo generico, senza impressionarli, rendendoli però coscienti di una possibilità sempre viva per tutti. Sulla testa di uno di loro, un certo Gurgo, diciassettenne vigoroso e sano, vide un cappello con il numero 22, corrispondente ai mesi che lo separavano dalla morte. Ebbe modo di prepararlo bene ad affrontare la fine, giunta puntualmente, come previsto, prima di Natale. Come per ringraziarlo, alcuni di essi gli apparivano in seguito, avvolti di luce eterea, in stato di santità. Dunque, salvi, grazie all’esercizio della buona morte, che il Santo raccomandava di fare dopo le orazioni serali.
Ebbene, rispetto a questi ragazzi di poco più di un secolo fa, timorosi di Dio e del peccato, come appariranno i nostri giovani, spavaldi, vanitosi, tolti all’improvviso da questa vita, lontani dalla chiesa e da Dio, tutti presi dai loro sogni, dalle avventure, dai rapporti illeciti? Hanno trovato ad accoglierli il tunnel, l’essere di luce, prati verdissimi pieni di esseri felici, o i demoni oscuri presentati come exempla, nei “Dialoghi”, di san Gregorio Magno, oggi svaniti, ma che per secoli hanno richiamato le parole di Gesù, riguardo al ricco Epulone ed al povero Lazzaro?
Questo santo racconta ad esempio di un certo ricco che era schiavo di molte passioni: «Pochi istanti prima di morire si vide di fronte spiriti orrendi che minacciavano fieramente di portarlo nel più profondo dell’inferno … Tutti i familiari si erano raccolti intorno in pianti e gemiti. Sebbene non vedessero coi loro occhi gli spiriti del male e i loro terribili assalti, erano in grado di percepirne la presenza dalle parole pronunciate dal moribondo, dal pallore del suo volto e dal tremito del suo corpo. Preso da mortale terrore per queste orribili immagini, egli continuava a dimenarsi da una parte all’altra del letto … Infine, esausto e disperato, gridò: “Datemi tempo fino a domani mattina! State lontani almeno fino a domani!” Mentre pronunciava queste parole, la vita gli fu strappata» (Dialoghi, IV, 40).
Cari ragazzi, impreparati di fronte al destino, quasi mai entrati in chiesa, per trovare Dio. Tutti voi, come del resto noi, non sapevate di avere sulla testa un cappello con incisa la data della fine. Non pensavate di dover abbandonare questo mondo in fretta, senza preparazione. Legati alla terra, alla dimensione visibile, vi siete trovati all’improvviso in quella invisibile. Nell’eternità che non finisce. Davanti a un Dio a voi purtroppo, a quanto sembra, sconosciuto. Il quale tante volte chiamava e richiamava in mille modi. I vostri cellulari, computer, tablet, sono divenuti oggetti inutili. Giocattolini abbandonati, scarichi, senza energia, senza più campo. Ragazze che singhiozzavano disperatamente ricordandovi sull’altare, vi hanno dimenticato in fretta.
Oggi voi vedete ciò che noi ignoriamo. Ne avete esperienza indubbia, incomunicabile a noi rimasti di qua, fieri delle acquisizioni della nostra era tecnologica, come un tempo si era fieri della Verità assoluta e della Chiesa Romana. Certo, vi avessimo insegnato le preghiere di un tempo, le devozioni care alle vecchiette, forse sarebbe stato meglio per voi. Ed anche per noi, “emancipati” e scientisti per “osmosi”. Infatti, la conoscenza di una scienza puramente umana vi serve poco ora, immersi come siete nella luce della trascendenza, del tutto permeati dall’infinita bontà del Dio che eccede ogni speranza. È a questo Dio nascosto, al quale non si rivolse per chiedere di salvare il Figlio dalla Croce, che la Madre intercede ora per voi, impegnandosi a far fiorire anime, forse mai irrigate da fervide preghiere.  



lunedì 31 ottobre 2016

IL TRISTE TEILHARD



Qualcosa di ambiguo, questo personaggio lo possiede già nelle sue radici. La madre, Berthe-Adèle de Dompierre d’Hornoy, era infatti pronipote di Marguerite-Catherine Arouet, sorella di Voltaire, il sarcastico denigratore di Cristo e dei cristiani. Sembra che Pierre Teilhard de Chardin abbia intrapreso lo stesso intento, per altra via, sotto forma di un raffinato pseudo misticismo, formulato in termini ambigui e vaghi, insidiosi addirittura. Insomma, un cristianesimo di facciata che trasmette al suo interno i germi del suo contrario.
Pierre nacque nel 1881, nel cuore della Francia, vicino a Clermont-Ferrant, quarto di undici figli, in una facoltosa famiglia di antica nobiltà. Studiò in un collegio di Gesuiti ed entrò nella Compagnia a diciotto anni. Morì improvvisamente il giorno di Pasqua, nei pressi di New York, il 10 aprile 1955, come a compimento di un suo espresso desiderio.
La sua opera venne ripetutamente condannata. Nel 1957, iniziarono i primi interventi censori da parte della Santa Sede. Anche il papa “buono”, Giovanni XXIII, firmò un monito del Sant’Uffizio, nel 1962, che proibiva le sue pubblicazioni, perché «contengono ambiguità ed errori gravi che offendono la Dottrina Cattolica». La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio, confermò tale proibizione, nel 1967.
Il perché dei molti sospetti verso un esponente della Chiesa, nonché paleontologo, oggi da più parti rivalutato ed ampiamente sdoganato, è presto detto. Le sue opere, come dicevamo, esprimono un’interpretazione della fede cristiana, in senso gnostico, acquariano, in vista di una nuova chiesa, “post cattolica”. Un veleno iniettato sotto forma di bene ed in grado di contagiare gran parte del sacro Organismo.
Le elucubrazioni di Teilhard, colte ma confuse, camuffate di spiritualità metacristiana, espresse con una terminologia ambigua e sfuggente sono difatti riuscite a permeare molte coscienze e strutture ecclesiastiche. Anche in base ai forti appoggi esoterici, che puntualmente entrano in gioco quando qualche personaggio singolare si impegna a travisare la sacra dottrina. Del resto, come avvertiva Cristo circa i falsi profeti che si manifesteranno alla fine dei tempi: «Là dove sarà il cadavere, si raduneranno gli avvoltoi» (Mt 24, 28). Il cadavere in questo caso sarebbe Teilhard, gli avvoltoi i suoi seguaci?
Pertanto, è venuta ramificandosi, all’interno della dimensione cristiana, una mentalità ecclesiale, non più coesa e stabile. Ma in continua evoluzione nelle sue certezze, fino al dissolvimento delle stesse, in una sorta di “dissolve et coagula”, teso alla determinazione del teilhardiano “Cristo finale”, il vago ed incomprensibile “Punto Omega”, presunta sintesi e vertice del movimento evolutivo di ogni essere, di ogni pensiero-materia, di ogni istituzione[1].
Non è dato comprendere, come la persona divina di Cristo possa essere concepita e comparata ad un concetto sfuggente come quello di “punto”. Il “punto” è una idealizzazione euclidea, estranea alla realtà. Esso non appartiene allo spazio, perché è senza estensione e senza parti, mentre lo spazio è esteso e frazionabile. Peraltro, il Cristo nell’Apocalisse ha detto di essere l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, non solo la fine, l’omega (cfr Ap 22, 13), una sorta cioè di “buco nero” in grado di assorbire tutto l’universo.
Viene da chiedersi come un religioso possa essere giunto ad interpretare in modo così ambiguo la persona divina di Cristo, rendendola un’entità fondata su elucubrazioni soggettive e vacue. In un certo senso, è Teilhard stesso che in uno dei suoi scritti, Le cœur de la Matière, fornisce la risposta. Egli fin dall’infanzia si dice posseduto da un vivo desiderio di trovare qualcosa di solido, consistente: «Non avevo più di sei o sette anni quando mi sentii attratto dalla Materia – o più esattamente a qualche cosa che splendeva nel cuore della Materia».
Il giovane Pierre, come i presocratici, cercò l’essere delle cose, localizzandolo nel materiale duro. La compattezza della materia ispirava in lui appagamento. Amò quindi prima il ferro. Ma quando scoprì che si arrugginisce, confortò la delusione ricorrendo alla pietra, palese rappresentazione del “pieno”. Con la maturità venne anche l’evoluzione. Egli si convinse che l’assoluto, più che nella pietra, fosse nella dinamica che trasforma il cosmo. Intese così l’evoluzione come il fattore immutabile, l’eterno divenire.
Il “pieno” della giovinezza, si trasforma dialetticamente nel “vuoto” della maturità. Il “duro” si sublima nel suo opposto, la materia nello spirito, sulla scia del passo alchemico di Maria l’Ebrea, del 200 d. C.: «Se non rendi incorporei i corpi e non rendi corporee le cose prive di corpo, il risultato atteso non ci sarà». Teilhard pertanto “smaterializza” Cristo, per renderlo qualcosa che non esisterebbe, se non nella mente di chi così lo concepisce, dando corpo al suo opposto, a ciò che gli si oppone: lo spirito dell’Anticristo.
Nell’opuscolo del 1923, «La messa sul Mondo», sottotitolato, «Il Fuoco sul Mondo», scrive: «In principio era il Fuoco … Tu mio Dio sei l’essenza stessa e la stabilità dell’Ambiente eterno … Spirito ardente, Fuoco fondamentale e personale, Termine reale di una unione mille volte più bella e desiderabile della fusione distruttrice immaginata da qualsiasi panteismo, degnati di scendere, oggi ancora, sulla fragile pellicola di nuova materia in cui sta per avvolgersi il Mondo, per dargli un’anima».
Il Verbo (cfr. Gv 1, 1) viene qui equiparato ad un fuoco universale, invocato per divenire, in una sorta di ierogamia distruttrice, come l’anima mundi di una nuova materia, prossima ad avvolgere la Terra. Del resto, Teilhard si sente «figlio della Terra, molto più che un figlio del Cielo». E nella sua «messa mentale sul Mondo», continua la sua strana preghiera: «forte di un sacerdozio che tu solo, credo, mi hai conferito, su tutto quanto, nella Carne umana, si prepara a nascere o morire sotto il sole che sorge, invocherò il Fuoco». Invece dello Spirito Creatore, viene invocato l’accensione di un fuoco materiale divinizzato, segnato con la maiuscola, come la «Carne» umana.
Alla luce di queste rapide note, si comprende perché de Chardin sia molto apprezzato in ambiti non cattolici e pseudo cristiani. Non a caso, il suo nome risulta quello più citato, in un famoso sondaggio[2], circa l’autore che più ha influenzato nei soggetti intervistati la trasformazione interiore, in senso acquariano, evolutivo, in vista di una nuova religiosità.
D’altra parte, come dichiarando l’abbandono di ogni resistenza al peccato, egli scrisse: «Mi sono accorto di perdere contatto con me stesso. A ogni passo della discesa si manifestava dentro di me una persona nuova, della quale non ero più certo di conoscere il nome e che non mi obbediva più. E quando ho dovuto arrestare l’esplorazione perché il sentiero svaniva sotto i miei passi, ho scoperto ai miei piedi un abisso senza fondo, e di lì scaturisce, chissà da dove, la corrente che oso chiamare la mia vita»[3].
L’esoterista René Guénon, evidenzia che «l’idea di evoluzione costituisce per i teosofisti una vera ossessione»[4]. E per Teilhard il concetto di evoluzione fu davvero l’ossessione che lo porterà a concepire un evoluzionismo materialistico, che implicitamente nega la realtà del male e la trascendenza dell’ordine soprannaturale, alla luce di una “Materia” considerata eterna ed autosussistente, soggetta ad una continua evoluzione, culminante in una sua incomprensibile autocoscienza spirituale.
Scrive in modo altrettanto oscuro, la teosofa Alice Bailey, fondatrice nel 1923 della Scuola Arcana, nel Trattato di Magia bianca: «La Vita Unica, manifestandosi attraverso la materia, produce un terzo fattore che è la coscienza. Questa, risultato dell’unione dei due poli, spirito e materia, è l’anima di tutte le cose ... La Vita Unica diviene così un’entità determinata e cosciente per mezzo del sistema solare ed è quindi la totalità delle energie, di tutti gli stati di coscienza e di tutte le forme esistenti … Lo scopo per cui la Vita prende forma e il proposito dell’essere manifestato è lo sviluppo della coscienza o rivelazione dell’anima».
Stesso pseudo spiritualismo senza sostanza, stessa avversione verso il “senso comune” e la logica concreta del principio di non contraddizione. Stesso processo di dissoluzione della realtà percepita, per quella immaginata. L’idea nuova, tuttavia, per quanto astrusa, porta in sé una forza implicita, che si amplifica in misura della compartecipazione alla stessa, alimentata dalla “cospirazione” messa in atto da chi trae profitto, materiale e metafisico, dal suo imporsi nella collettività.
Insofferente verso la religione dogmatica, scriveva da Pechino, il 15 aprile 1929, parole molto gravi per un sacerdote di Cristo: «Durante lo scorso inverno, ho avuto una crisi abbastanza forte di antiecclesiasticismo, per non dire di anticristianesimo (sic!). Ma poi questo subbuglio si scioglie, adesso, in un sentimento più largo e più pacato. Dal momento che la mia unica regola di valutazione ed applicazione pratica tende a divenire sempre più questa: “Credere nello Spirito”». Sia chiaro, non nello Spirito Santo, ma nello Spirito evolutore della Materia.
A proposito di questo “Spirito”, egli scrive: «Mi è venuto in mente che si potrebbe scrivere un saggio dal titolo Il terzo Spirito, e cioè “lo Spirito di divinizzazione del Mondo”, in contrapposizione all’alternativa troppo semplicistica “Spirito di Dio” e “spirito del mondo”». È questo spirito metacristiano, del tutto estraneo alla terza Persona della Divinità, che lo spinge ad esaltare la materia, intaccando dall’interno il Corpo Mistico al quale egli stesso apparteneva.
Il 26 gennaio 1936, scriveva: «Ciò che sta dominando gradualmente i miei interessi e le mie preoccupazioni interiori è lo sforzo per stabilire in me e diffondere attorno a me una nuova religione (chiamiamola, se vogliamo, un cristianesimo più progredito), in cui il Dio personale non sia più il grande proprietario “neolitico” di una volta, ma l’Anima del Mondo che il nostro stadio culturale e religioso richiede … il Male (non più castigo per una colpa, ma “segno ed effetto” del progresso) e la Materia (non più elemento inferiore ma “stoffa dello Spirito”) assumono un significato diametralmente opposto a quello abitualmente considerato come cristiano». Ancora, l’evoluzione del Credo, ma in senso opposto a quello cristiano. Ancora, Materia, Male, Anima del Mondo, con la maiuscola, come si conviene alla divinità, paganamente intesa.
Nel suo pseudo “cristianesimo progredito”, o meglio: “anticristianesimo”, il confusionario gesuita, dopo aver considerato in modo offensivo Dio (“proprietario neolitico”), ed averlo degradato al livello dell’Anima mundi degli alchimisti, propone un’interpretazione del male e della materia diametralmente opposta a quella cristiana, dunque anticristiana. Come Nietzsche, in vista della realizzazione dell’orgoglioso “super Uomo”, egli prospetta il superamento del bene e del male. Anzi reputa il Male (con la maiuscola) come necessario al progresso del mondo e della società.
L’alto iniziato massonico, Albert Pike, in Morals and Dogma, attestava analogamente che: «Il male è l’ombra del bene e da esso è inseparabile … Dunque all’umanità è necessario il male … come è indispensabile la salsedine all’acqua del mare. Anche qui l’armonia può derivare soltanto dall’equilibrio dei contrari», alla luce della dialettica alla quale abbiamo già accennato. Anche, la Blavatsky, fondatrice nel 1875 della Società Teosofica, dichiarava che il male non è una mancanza del bene, dal quale chiediamo al Padre di essere liberati, ma addirittura: «il Male è una necessità ed è anche uno dei sostegni del Mondo Manifestato. È una necessità per il Progresso e l’Evoluzione, come la notte è necessaria per produrre il giorno e la morte per avere la vita, affinché l’uomo possa vivere eternamente»[5].
Tali strane assonanze, tra l’opera di un gesuita e quelle di autori esoterici, non possono che produrre ancora equivoci e confusione, nonché danni irrimediabili per la fede. Sono quindi comprensibili e sempre attuali le riserve dell’ex Santo Uffizio, il quale, il 6 dicembre 1957, due anni dopo la sua morte, preoccupato per i mali che tali pensieri confusi avrebbero potuto provocare alla fede, ordinò di rimuovere i libri di Teilhard dalle biblioteche, di non venderli nelle librerie cattoliche e di non tradurli in altre lingue.
Tutto il contrario di ciò che è stato fatto, a partire dal Concilio Vaticano II[6], dopo il quale gli scritti di questo falso profeta (cfr. At 20, 29) hanno trovato riconoscimento nella Chiesa, anche se «il suo nome non è uscito dalle labbra di alcun papa»[7]. Ma nell’enciclica di Francesco, Laudato si’, viene citato in nota, nel punto 83.







[1] Sul “Punto Omega”, ipotetico termine della convergenza cosmica, cfr. AA. VV., L’uomo e l’universo – Omaggio a Pierre Teilhard De Chardin, S. J., Specola Vaticana, Città del Vaticano 1987, p. 90 e sgg.
[2] M. Ferguson, La cospirazione dell’Acquario, Marco Tropea Editore, Milano 1999, pp. 54 e 550.
[3] Ivi, p. 118.
[4] R. Guénon, Il teosofismo, storia di una pseudo religione, Arktos, Torino 1987, vol. II, p. 276.
[5] H. Blavatsky, “La dottrina segreta” - Antropogenesi, ed. Bocca, Milano 1953, p. 634.
[6] Il pensiero di Teilhard è richiamato nella, Gaudium et Spes (n. 39), ove si pone in relazione la città terrena con quella divina, il progresso terreno con il Regno di Dio.
[7] H. Küng, L’inizio di tutte le cose, Rizzoli 2006, p. 121.

sabato 19 marzo 2016

La fine di Babilonia







È noto che Pio IX e don Bosco condannarono unanimemente i soprusi subiti dalla Chiesa da parte dei liberali che lottavano per la determinazione di un nuovo stato sociale a spese dei vecchi poteri, rappresentati dalla stessa Chiesa e dall’Impero asburgico. L’unità d’Italia si stava infatti effettuando sotto la direzione di ben altri poteri, le Logge internazionali, che prendevano possesso del nostro suolo, mascherando i loro interessi dietro una politica rivoluzionaria, indirizzata verso fini ignoti alle moltitudini.
Del resto, è risaputo che «la Massoneria rappresenta l’armata silenziosa che lavora nel mondo occulto, cioè nel sottosuolo della storia, per il progresso dell’Umanità … come la Massoneria, anche la Carboneria, riformati i suoi statuti nel Marzo 1945, opera oggi in Italia, proseguendo la sua missione per la libertà e per il bene dell’Umanità» (W. Anceschi, La Massoneria iniziatica, Ed. Rebis, Viareggio 2002, pp. 13-14).
Nonostante gli appelli, gli avvertimenti, gli oscuri presagi più volte manifestati dai Santi risorgimentali contro questa millantata missione, tesa all’imposizione di un regime statalista, ottenuto con la violenza di pochi più che per la convinzione dei molti, la storia proseguì il corso impostogli dalle Logge, lasciando sul campo quanti cercarono di opporsi alla sua realizzazione.
La condanna di don Bosco di fronte allo svolgersi dei proclami liberali fu assai netta. Nella sua Storia Ecclesiastica, scrive: «Per prima cosa quel governo impose tributi, spacciò un’immensità di carta monetata, si appropriò dei beni della Chiesa: campane, calici, pissidi, ostensori, turiboli, ogni oggetto d’oro o di argento che fosse nelle chiesa era involato per far denaro. Vari sacerdoti e religiosi furono trucidati, dodici in un solo giorno pugnalati. Monasteri e conventi violati e profanati, e non pochi sacerdoti e religiosi barbaramente sgozzati».
Questa barbarie avvenne grazie alle manovre di casa Savoia la quale, in controtendenza alla sua tradizionale fedeltà alla Chiesa Romana, divenne fautrice di una legislazione anticattolica e filo-protestante invadendo più volte lo Stato Pontificio, fino alla presa di Porta Pia, del 20 settembre 1870. Già nello stesso giorno di alcuni anni prima, venne versato sangue innocente come tributo della nuova Patria.
Il 20 settembre 1864, infatti, quando la capitale del nuovo regno venne trasferita da Torino, la popolazione torinese che manifestava contro questo atto deciso dall’imperatore di Francia, Napoleone III, venne rabbonita dal fuoco delle baionette della Guardia Nazionale. Rimasero a terra più di 50 morti «dei quali circa 40 erano piemontesi, quasi tutti sotto i trent’anni e molti provenienti da fuori Torino, quindi immigrati. E il lavoro che svolgevano non era di certo agevole; quei torinesi, o i loro figli, si batteranno parecchi anni dopo per ottenere un orario non superiore alle dodici ore quotidiane» (F. Ambrosini, Giornate di sangue a Torino, Ed. Il Punto, Torino 2014, p.165).
Il re Vittorio Emanuele II, che durante la protesta popolare pensò bene di lasciare Torino per la tenuta di Sommariva Perno, dovette abbandonare presto anche le sue particolari abitudini, per aderire al progetto di riconversione della Roma felix nella Roma babilonica. Il re “gentiluomo” era infatti molto attaccato alla “carne piemontese”.
Cacciatore “integrale”, attraversava intrepido valli e boscaglie, per giungere a Cogne ed in Valsavaranche, ove era atteso da ragazze che gli balzavano intorno, sperando nelle sue generose ricompense. I popolani sapevano che il “re cacciatore” prediligeva le giovani sempliciotte, specialmente quelle che sprigionavano dal corpo i sudori delle fatiche campagnole, l’odore del fieno e delle vacche appena munte. Nel corso di tali incontri, assai poco regali, Vittorio Emanuele II: «amava che le donne gli si presentassero nude, con scarpettine e calzette; e fumando sigari avana si divertiva a contemplarle, mentre gli ballavano intorno. Ma ad un tratto lo pigliava l’estro venereo e le sfondava tutte», (C. Dossi, in D. Ramella, Amori e selvaggina – Vita privata di Vittorio Emanuele II, Ananche, Torino 2010, p. 177).
A queste ragazze più o meno prezzolate, raccolte e abbandonate come fienagione senza valore, si aggiungevano le molteplici amanti di questo Re, di controversi natali, che tanto si adoperò in guerre e trame politiche. Amanti ufficiali e segrete, amanti passeggere, spesso adescate nella notte da servitori fidati lungo i viali. Ma la sua preferenza rimaneva la «Valsavaranche dove era seguito da un harem di donne. La conferma inequivocabile che tra la piccola corte al seguito di Vittorio nelle sortite alpine, la componente femminile aveva il suo, non trascurabile, peso. Oltre ovviamente alla “fauna locale”» (Ib.).
Anche per queste sue tendenze assai detestabili, prese piede una strana diceria, accreditata peraltro anche da Massimo D’Azeglio, “la lingua più affilata del regno”, riguardo alla sua nascita. La storia ufficiale narra che la notte del 16 settembre 1822, il figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, di soli due anni, dormiva nella culla. Quando un’imprudenza della balia, avvicinatasi troppo alla culla ricoperta di veli, provocò l’incendio rapido della delicata velatura. La balia si lanciò sul bambino cercando di salvarlo dalle fiamme, ma nel far questo si ustionò gravemente ed in breve morì.
La versione inconfessata – accreditata come dicevamo anche dal D’Azeglio e da una prova che a molti sembrava, e sembra, lampante: la componente grossolana della persona e del carattere del futuro primo Re d’Italia – narra invece che in quella notte, la balia, pur rimettendoci la vita, non riuscì a salvare quella dell’illustre bambino. Di fronte a questa tragedia, il Casato, volendo evitare problemi di successione, prese una drastica e segreta decisione. Si sostituì, al bimbo deceduto, il figlio di un macellaio di Poggio Imperiale, un certo Tanaca, che aveva una decina di figli. L’ultimo di questi, della stessa età del figlio di Carlo Alberto. Il Tanaca avrebbe consegnato ai Savoia questo bambino, insieme al suo silenzio.
Le differenze rispetto ai suoi genitori, con la crescita si evidenziarono sempre di più. Carlo Alberto, suo padre, raggiungeva i due metri di altezza; alta era anche sua madre Maria Teresa. Entrambe i genitori, avevano tratti fini, delicati, lineamenti morbidi come gli altri Savoia, educazione affinata da una nobiltà rinsaldata nei secoli. Vittorio Emanuele era invece basso, tarchiato, grezzo nei lineamenti, nei gusti, sfrenato nelle manie carnali, nei lazzi. La regina madre, confidava al padre, Ferdinando III, granduca di Toscana, le sue perplessità di fronte a questo figlio così problematico: «Io non so veramente da dove sia uscito codesto ragazzo. Non assomiglia a nessuno di noi e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti» (in L. Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, Milano 2011, p. 24).
Innumerevoli ed irrefrenabili furono le debolezze di questo Savoia, che si affacciò con soddisfazione al balcone del Quirinale, al posto dell’esautorato ultimo Papa Re, proferendo il sospirato:«Finalment ai suma!», finalmente ci siamo. Espressione prontamente tradotta con più la adeguata locuzione: «Siamo arrivati a Roma e ci resteremo!».
Nasceva così la nostra Italia, al suono di reiterate scomuniche ed anatemi rivolti ai suoi fautori, nonostante il suo interno fosse lacerato. Nel regno delle due Sicilie, saldamente ancorato al Re, alla tradizione ed alla Chiesa, l’esercito piemontese in una guerra non dichiarata, dal 1861 al 1863, fucilò 1038 oppositori, altri 2413 di questi perirono in combattimento, 2768 furono fatti prigionieri, ventimila vennero trasferiti ed ammassati nei “lager” di Fenestrelle e di San Maurizio Canavese. Su questi "uccisi della terra" è caduto un silenzio assordante, come se non avessero alcun valore.
Le ricostruzioni storiche slacciate dalla vulgata di regime dichiarano che le vittorie di Garibaldi sull’esercito del Regno delle Due Sicilie derivavano dalle milionarie cifre investite dalla massoneria inglese per corrompere truppe e funzionari borbonici. Tre milioni convertiti in piastre turche, insieme a promesse di carriera e benessere, servirono a ricondurre i generali napoletani all’obbedienza massonica imposta dall’eroe dei due mondi.
Il generale, iniziato al “rito scozzese” da Mazzini, a sua volta membro onorario della loggia La Stella d’Italia di Genova e della loggia La Regione, dello stesso Oriente (Dictionnaire Universel de la Franc-Massonerie, II, 1974), proseguì la sua carriera conseguendo, dopo il 33° grado ricevuto a Torino nel 1862, la suprema carica di Gran Ierofante del rito egiziano del Memphis-Misraim nel 1881. Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tutti i gradi, dal 4° al 33°.
Garibaldi, in nome della tolleranza religiosa massonica, definì Pio IX: «un metro cubo di letame … la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli … se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue fila» (G. Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari, Ed. Cappelli 1935, II, p. 397). Ma oltre al generale nizzardo e Mazzini, anche Camillo Cavour, ministro e capo del Governo piemontese, secondo l’Acacia Massonica del febbraio-marzo 1949, era legato alla massoneria internazionale. Don Bosco, assai informato e bersagliato in proposito, nelle sue Memorie, affermò che: «qui, in Piemonte, Cavour fu uno dei capi della massoneria» (vol. IX, pag. 313).
Di questi grandi fautori della Patria, che combattevano la Chiesa sotto i labari della contro-chiesa internazionale, tanto esaltati dai libri della storia e dalla retorica di Stato, filtra un volto diverso. Il volto dell’affiliazione e di un’opera che ha condotto all’oppressione di quelle fasce popolari che essi dichiaravano di voler affrancare dal dominio e dalla presunta vessazione dei Preti e della Religione.
La ricaduta di questa crociata laicista è ben visibile ai nostri giorni, come effetto di una causa imposta e sbagliata. L’emancipazione ed il progresso tanto decantati hanno invece diffuso i germi irrefrenabili di una corruzione, violenza e depravazione estese a tutti i livelli. Dopo quelle di Porta Pia, sono le mura dell’intera società a vacillare, a dare continui segni di crolli individuali e collettivi. Da allora, è stato l’uomo stesso a franare, aprendo le porte alle forze infere che stagnano al suo interno e che solo l’autorità della Chiesa ha il potere di tenere a freno. L’anticristo presente in ogni persona è quindi pronto a manifestarsi in ogni occasione, essendo stato tolto di mezzo quasi del tutto quanto frenava la sua manifestazione. Ossia, le mura metafisiche di Roma, la forza spirituale del Sacro Impero, il ruolo divino della sacra Autorità.
Nell’ebbrezza di questa nuova Babilonia, la natura intima dell’uomo è divenuta vittima giorno per giorno di se stessa e del suo lato oscuro, che si manifesta nelle reazioni violente, inconcepibili, addirittura diaboliche che sistematicamente riempiono le cronache cittadine. Purtroppo, anche la città di Dio riflette nel suo interno l’azione della forza disgregante di Satana, che cerca di confondere il sacro con il profano e di contrapporre la tradizione con il rinnovamento, il “pre” con il “post” Vaticano II.
Fino a che punto e fino a quando questo processo di desacralizzazione avanzerà, non è dato saperlo. Ma di certo si sa che “Babilonia, covo di demoni, possente città, in un’ora sola vedrà la sua condanna, in un’ora sola sarà ridotta a un deserto e più non apparirà … perché in essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che furono uccisi sulla terra” (cfr Ap 18).